La vendemmia

La notte è ancora tiepida, rischiarata dal sorriso sornione della luna calante….

È ora di vendemmiare.

“Finiti i lavori pesanti dell’estate, il caldo afoso si stempera, e sono i giorni più belli dell’anno. Vendemmiare, sfogliare, torchiare, non sono neanche lavori; caldo non fa più, freddo non ancora, c’è qualche nuvola chiara, si mangia il coniglio con la polenta e si va per funghi”. Così Cesare Pavese descriveva i giorni della vendemmia nel suo romanzo “La luna e i falò”.

Ma io voglio vedere la mia pianura veronese guardandola con gli occhi della gente. I colori si fanno più vividi. Le foglie cangianti degli alberi festeggiano vestendosi con una tavolozza festante di gialli, rossi, arancioni e marroni, mentre il verde resiste ancora. La pianura tutta si mette i vestiti della festa prima del riposo invernale. E gli odori! L’aria comincia a odorare di frutti maturi, di grappoli dolci.

Ricordo, quando ero piccolo, che i contadini avevano tutti la pergola d’uva davanti a casa e d’estate si preparava la tavola per il desinare sotto la sua ombra. Fin dalla primavera, l’occhio andava ai grappoli che mano a mano diventavano più grossi e si coloravano d’oro o di turchino, maturando, e, alla fine, quando ormai anche il desinare era meglio farlo in cucina, ecco che ci si preparava alla vendemmia.

I padroni di grosse campagne organizzavano la vendemmia come un rito, scandito dalla tradizione millenaria della vinificazione e nell’aria c’era questa attesa di festa del vino e dell’allegria. Tutte le attività fatte all’aperto venivano accompagnate da canti corali o assoli che inneggiavano spesso ai lavori in corso: “el vin l’è bon l’è bon l’è bon…l’è mejo la graspa!

Ci alzavamo presto, ma non come d’estate, perché la nebbiolina cominciava a posarsi sulla campagna già durante la notte e al mattino lasciava sull’erba dei fossi gocce di rugiada che brillavano come diamanti al sole. I giorni, fattisi più corti, invitavano a sveltire i lavori restanti prima del riposo invernale.

L’uva è sempre stata un frutto considerato sacro e perciò le uve pregiate vengono raccolte a mano anche oggi, quasi con una sorta di riverenza, tranciando con la roncoletta ricurva i grappoli che vengono adagiati con cura nelle gerle o nelle cassette di legno. Alla fine si passa col carro, trainato dal trattore e le cassette vengono impilate con riguardo e portate alla torchiatura. Il torchio, ai miei tempi, veniva prestato dal padrone ai fittavoli e ai mezzadri.

Il mosto profumato, raccolto nei tini, veniva lasciato fermentare. Poi dopo il filtraggio, i raspi (le graspe) venivano messi in una tinozza larga e bassa e bagnati con acqua di fonte e a questo punto entravamo in scena noi bambini, scalpitanti per l’entusiasmo, con una ragazza o un ragazzo burlone che ci incitavano a “folare” e pestare ben bene coi piedi questi raspi slavati finché coloravano l’acqua di rosa o di giallo, a seconda del colore dell’uva pigiata.

Poi tutto veniva filtrato e messo in botticelle accanto alla porta d’entrata della casa o della stalla: era la “GRASPÌA” il vino dei poveri, che a lungo andare inacidiva un poco, ma finiva sempre prima di diventare aceto.

Occorre ora ricordare che tutto quello che riguardava il lavoro nei campi doveva rispettare le fasi lunari. Non si tratta di magia o superstizione, ma la luna influenza davvero la terra con le sue fasi. Anche la concimazione in copertura delle radici col letame o sottoterra viene prevista in fase di “luna piena” verso la fine. Si concima d’autunno perché il caldo sprigionato dal letame, d’inverno impedisce alle radici di gelare. Si procede così anche per la vinificazione (come si fa anche per l’uccisione del maiale e la conservazione dello stesso, che tratteremo più in là). Per dare il “verderame”, per esempio, contro la peronospera, si irrora in luna crescente e in tempo asciutto. Come abbiamo già visto la raccolta dell’uva va fatta in luna calante. Anche imbottigliare i vini va fatto con la luna giusta se non si vuole sentire i botti delle bottiglie che scoppiano.

È importante sapere che l’uva destinata alla trasformazione in vino da “imbotare” va vendemmiata in luna favorevole e tempo asciutto, soprattutto per quanto riguarda il vino passito che abbisogna di far appassire gli acini su graticci di canneto anche fino a Natale. Mangiare uva passita a Natale porta fortuna, dicono i nonni, e allora “ALLA SALUTE !” Brindiamo insieme.

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