Le tradizioni da “coltivare”

Parlando con un’amica, che stava facendo un trasloco epocale, mi è capitata in mano la prima pubblicazione del “CONCORSO MARIO DONADONI” e “TROFEO RANA D’ARGENTO”.

Sfogliandolo, mi sono fermato ad un racconto pieno di ricordi e di rimpianti:

«Tante olte la nostalgia la me porta a quele stradine bianche, a le rive dei fossi pieni de aqua e de pesse. “Buteleti, né a ciapar le rane parché stasera no gh’è niente da meter su la tola”. Me ven in mente le parole de me mama che la disea spesso verso sera, quando l’era ora de sena.» (Graziella Fossà)

Mi sono sentito trasportato col pensiero in un mondo diverso, lontano ormai, quello della mia infanzia, quando da ragazzini si andava a rane; si sapeva “curarle”, friggerle in un pentolino portato da casa e mangiarle in compagnia, accompagnate da peperoncini sott’aceto (presi in prestito dalla dispensa della nonna), in riva ai fossi, con gli amici, prima di fare il bagno nel Menago alla cascata.

C’erano famiglie che nel dopoguerra pativano davvero la fame e le rane diventavano, con la polenta, la sopravvivenza. Allora, però, non c’era l’astio che c’è oggi verso i poveri: la dignità della persona onesta era riconosciuta e rispettata.

«Poareti in cana / Un portego par casa / No i gavea proprio gnente / Ma quando i andava a rane / Par cavarse la fame / I semenava l’alegria longo el canal / E dato che i era insieme / I gavea el mondo in man.» (Lina Bianchini)

Mi ricordo ancora i sacchi di rane degli operai, che lavoravano nei campi con le medilighe, raccoglievano nei fossi delle risaie e li portavano nella casa grande per la spartizione con le famiglie della contrada.

Il fogazin che si faceva alla fine della lissia (bucato annuale, che veniva fatto in primavera, con un cerimoniale vero e proprio), invece, veniva cotto e mangiato da tutti in contrada, lì insieme, e chi si trovava a passare era automaticamente invitato, con un buon goto di vin casalin.

«Adesso che guardo i pochi fossi che è restà e scolto el canto dele rane, le poche che gh’è, me guardo atorno e vedo gente che core, che osa, gente che no ride, che no parla, che no scolta. Vedo tanto benessere ma anca tanta solitudine e egoismo. Alora me ven in mente quanto i era bone le rane su le tole pitoche, piene de boche picenine.» (Graziella Fossà)

Le rane, i bogoni, i bruscandoli, ecc. sono ancora oggi cibi apprezzati della nostra tradizione.

Manteniamo vivo il ricordo delle loro origini mangerecce e ringraziamo per tutto quello che oggi abbiamo.

Pubblicità

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...