Maschere, divertimento e solidarietà: la forza del Carnevale

Il nostro Carnevale affonda le proprie origini nella notte dei tempi, attraverso riti propiziatori in onore di nuova vita e della primavera. Il Carnevale veronese, poi, è senz’altro uno dei più antichi e importanti, dato che “Papà del Gnoco” è considerato la più antica maschera italiana, 500 e più anni di storia. Non ce ne vogliano i napoletani, ma, come accertato da vari studiosi del Carnevale, è proprio “Papà del Gnoco”, col suo nasone ricurvo e il vestito bianco di taglia “extralarge”, il papà di Pulcinella.

Da sinistra (non in maschera) Zeffirino Bertolini (Papazin), Flavio Fortuna, Rigoni (Miolina) e Papà del Gnocco che sta siglando un gemellaggio.

A questo punto è opportuno precisare l’immancabile dubbio linguistico: la grammatica italiana stabilisce che gli articoli determinativi da utilizzare per gnocco/gnocchi sono lo/gli (attenti studenti!), ma per noi veronesi suona malissimo, per cui ci sentiamo autorizzati a dire “el gnoco” e “i gnochi”.

Che bella storia quella del “Bacanal del Gnoco”, dove per un giorno il popolo poteva sprofondare nell’abbondanza di cibo, per poi tirare la cinghia i rimanenti 364. E il bello era che si poteva mangiare “a gratis”!

La leggenda che fu il medico e notabile Tommaso Da Vico a istituire con il suo testamento il “Vènardi Gnocolar” non ha fondamento, ma rimane il fatto che la tesi del “Da Vico patron del Carnevale” riuscì a convincere i francesi di Napoleone, occupanti e portatori delle idee rivoluzionarie di nuovo corso, che la tradizione del Carnevale non andava cancellata in quanto “nasceva dai desideri del popolo”. Un permesso valido solo per la città di Verona, dato che in tutti gli altri paesi della provincia ogni festa carnevalesca venne vietata per non offrire il pretesto ai patrioti di creare disordini o “moti”.

Le feste di Carnevale a Bovolone erano iniziate, infatti, soltanto verso la fine del Settecento ed erano molto diverse da quelle attuali: non c’erano i carri allegorici, ci si mascherava e si partecipava a tombole condotte da imbonitori licenziosi o alla cruenta caccia ai buoi d’origine veneziana con i cani per le vie del paese.

Dopo il tramonto dell’astro napoleonico, anche l’imperatore austriaco Francesco Giuseppe continuò a proibire le manifestazioni del Carnevale, tanto che nei paesi se ne era quasi persa la memoria.

La maschera di Bacco della Contrada Casella (sig. Rigoni, detto Miolina)

A Bovolone la rinascita del Carnevale nel giorno del martedì grasso si deve ad alcune famiglie della contrada Casella e risale al 1925, grazie all’idea di Antonio Vicentini (Toni, el Sarte). Già da allora il comitato delle famiglie della Casella aveva stabilito che la maschera tipica della contrada doveva essere Bacco, vestito di bianco con i “gradi” sui polsi, al collo un fazzoletto viola, un mantello rosso e un bel copricapo in testa. Chi impersonava la maschera, ovviamente, non poteva essere astemio!

Un particolare non trascurabile del Carneval de la Casella, sin dalla sua origine, è che il ricavato della festa doveva essere devoluto in beneficienza alle famiglie più bisognose: divertimento e solidarietà trovavano il loro valoriale connubio.

                                                                 Ulisse Scavazzini

2 pensieri su “Maschere, divertimento e solidarietà: la forza del Carnevale

  1. Nella prima foto 3 Bacco della contrada Casella, primo a sx Papazin Bertolini Zeffirino non in maschera, Flavio Fortuna e Rigoni detto Miolina, e la seconda foto solo Miolina

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