Al caldo del Tabar

C’è un capo di abbigliamento, elegante e raffinato, con quell’aria di nostalgia romantica del passato, che associo all’Inverno e a questo periodo dell’anno: el Tabàr.  

Esso è una mantella da uomo, anche se le case di moda ne propongono una versione femminile, fatta di panno grosso e spesso di colore nero o blu scuro, che si indossa mettendosene un lato sopra la spalla in modo da avvolgersi il corpo; è comodo da indossare e, cosa molto importante vista la stagione, mantiene caldi anche nelle ore più fredde.

I primi tabàr si possono trovare già negli antichi romani, quando un mantello simile era indossato dai patrizi, le persone ricche dell’Impero, e dai senatori, così come più avanti nel Medioevo solo i dottori, i nobili e i cavalieri potevano indossarlo, sia per l’importanza dell’abito sia per la preziosità del tessuto, troppo costoso per i contadini.

Nel Rinascimento, con il cambio delle mode e della Cultura, e con la voglia di essere diversi rispetto al passato medioevale, anche i contadini, gli artigiani, i pastori e le persone umili iniziarono ad indossarlo: nei mesi più freddi bastava un panno di lana grossa, lavorata a mano, per sentirsi siori e, cosa non meno importante, al caldo vicino al fuoco o nelle stalle. Molte sono le citazioni del tabàr nella letteratura, tra le quali quella del Boccaccio nel Decamerone, dove parla del tabarro che il prete da Varlungo lascia come pegno d’amore a donna Belcolore nella seconda novella dell’ottava giornata, e del Verga, quando nei Malavoglia scrive del tabarro usato per avvolgere l’anziano padre di famiglia mentre recupera le forze.

Il tabàr finì, col tempo, con l’essere un abito simbolo del mondo agricolo e artigiano fino all’800, quando la borghesia, soprattutto quella giovanile inglese, se ne impossessò per un breve periodo, per poi tornare esclusiva del mondo contadino. Nel ’900 Giacomo Puccini scrisse “Il Tabarro”, un melodramma che racconta le drammatiche avventure sentimentali del triangolo amoroso tra Michele, Giorgetta e Luigi e presentato per la prima volta a New York nel 1918,. 

Curiosa è quella teoria linguistica che collega l’espressione “uscire dai gangheri” al tabàr ed in particolare alla catenella al collo, il ganghero appunto, che unisce i due lati della mantella in modo che non cada dalle spalle e che rischia di saltare quando una persona molto arrabbiata gesticola violentemente.

Nella vicina Concamarise da molti anni esiste la Confraternita dei Nostalgici del Tabàr, presieduta da Fabrizio Lonardi, gruppo culturale che di nostalgico ha ben poco data la loro grande e continua attività nel mantenere e tramandare le tradizioni del territorio, ed in particolar modo quella del tabàr da loro realizzato secondo la lavorazione tradizionale, in tutta Italia con spirito di amicizia e fratellanza.

Emanuele De Santis

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