Le attività commerciali e sociali a Bovolone nel Cinquecento

Il mercato di Bovolone fu concesso alla sua Comunità per il giorno di martedì dal Cardinale Agostino Valerio, Vescovo di Verona, il 30 aprile 1580, togliendolo a Cerea.

Questo incontro settimanale per poter vendere o comperare prodotti agricoli, era molto importante allo sviluppo economico locale in un’epoca di difficili comunicazioni. Il sempre maggior afflusso di mercanti, che venivano da altre zone, rese necessario emanare un Regolamento (12 luglio 1592) che rimase in vigore anche nei secoli successivi:

“1) Quello che lavora in detta Piazza sia obbligato a dar buona sicurezza, e simpatia alla vicinanza. 5) Coloro che verranno con Caretini di Verze, Capuzi, Meloni e altre cose, dovranno pagare 2 marcheti cadauno ogni volta che verranno al mercato. 6) Se saranno venduti bestiami grossi come Buoi, Vacche, Cavalli, Aseni si dovranno pagare soldi 3 per bestia e soldi 1 per ogni Porco.”

Il mulino della Comunità – Le prime notizie sul possesso di questo mulino da parte della Comunità di Bovolone risalgono al 14 ottobre 1483 quando fu dato in affitto ad Ogniben Bra. Quindi nel 1631 fu venduto, con diritto di prelazione e di riprenderselo in qualsiasi momento, ad Evangelista Tebaldi per 1100 Ducati, continuando a gestirlo come voleva. Dal canto loro la nobile famiglia dei Tebaldi ottenne grosse facilitazioni nella macina dei loro prodotti agricoli. Al mulino, sopra l’acqua del fiume Menago, fu affiancata una Pila da riso. All’inizio del ’700 la Comunità, rientratane in pieno possesso, lo gestì con il sistema dell’affitto fino al 1757. Tutte le persone che avevano cereali o riso potevano usufruirne per la macina, pagando una modica spesa.

L’Ospedale – A Bovolone esisteva già un Hospedale (citato in alcuni documenti del ’500) che era più che altro un ospizio dove venivano ricoverati gli ammalati gravi o contagiosi, o che nessuno poteva assistere a casa, assieme ai poveri del Comune. Nel 1700 sembra che questo nosocomio sia stato riqualificato perché la Comunità stipendiava un chirurgo, ma, considerando i tempi, l’assistenza e la cura dei pazienti non erano di certo molto qualificate.

Il Monte di Pietà – Già dal ’500 il Comune gestiva un Monte di Pietà, amministrato dal Massar del Monte che si avvaleva della consulenza di uno Stimador e di due Governatori. Il Massar doveva essere di Bovolone e durava in carica un anno. Lo Stimador era obbligato a scrivere tutte le partite di oggetti vari che venivano impegnati dalle persone al Monte, averne cura e mettere un marchio per ciascun pegno che era poi venduto. I due Governatori dovevano essere eletti ogni anno dal Comune e almeno uno di loro doveva “saper leggere e scrivere”. La Cassa doveva avere tre diverse chiavi, tenervi il denaro necessario e un libretto su cui segnare gli incassi. Non si poteva prestare più di 6 denari per famiglia e nel qual caso si venisse a sapere di qualche frode, la persona implicata perdeva il pegno e doveva restituire i soldi ricevuti al Monte di Pietà.

adattamento di Floriana Mirandola da “Un Feudo Vescovile in Epoca Veneziana” di Remo Scola Gagliardi – pubblicato su “La Rana” – Novembre 2019

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