Arte e mestieri di una volta: i marangoni

Gli artigiani del legno costituivano una categoria con varie qualifiche: ebanista, stipettaio (che creava mobili di valore con l’uso di legni pregiati come il mogano, l’ebano, il palissandro), il carpentiere e il carradore, che lavoravano barche e carri, l’impiallacciatore, l’intagliatore, l’intarsiatore.

Pur essendo una tra le più importanti attività umane fin dai tempi antichi, dobbiamo arrivare al Medioevo per vederla riconosciuta come Arte organizzata secondo propri Statuti.

Nel nostro gergo il marangon indicava l’artigiano tuttofare, capace di ricostruire una gamba ad un vecchio tavolo o riparare una sedia, fare scanzìe (ripiani), semplici madie per la farina, angonali (armadietti triangolari che occupano un angolo della stanza), panche, sgabelli, ecc…

L’interno della bottega era disseminato delle arti del “mestier”: pialla (la famosa scaiarola), sega a mano, morse, tenaglie, scalpelli, succhielli, scuri, raspe, mole a smeriglio per arrotare gli arnesi da taglio e il “bancon da laoro”. Sparsi ovunque segatura e trucioli.

Su un lato una piccola stufa su cui si faceva sciogliere, in un pentolino di rame o coccio, la colla che veniva continuamente rimestata con uno stecco.

Il marangon, nel XVIII° secolo a Bovolone, doveva essere un artigiano completo. Aiutato dai suoi garzoni, cambiava le doghe e il fondo alle botti per il vino, faceva mastelli di legno e le brentele per i grandi bucati, le brele (assi per lavare al fiume Menago) [dietro al mulino vi sono ancora gli scalini delle lavandaie], riparava carriole, ruote e cassoni di carri, faceva scale a pioli e i manici delle zappe, falci e rastrelli. A primavera veniva chiamato nelle case ad installare le impalcature sulle quali venivano stese le arele (stuoie di cannucce di palude) per allevare i bachi da seta. Inoltre si occupava anche delle casse da morto: attività di ogni stagione!

di Floriana Mirandola da La Rana, gennaio 2020

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