Novantenni

Abbiamo mangiato le mele senza lavarle né sbucciarle e siamo ancora qui.

Abbiamo girato scalzi sei mesi l’anno e siamo ancora in piedi.

Abbiamo mangiato tanto pane, vecchio anche di vari giorni, e non abbiamo avuto bisogno di cure dimagranti.

Allora eravamo stesi, ora solo tesi.

I vecchi non riscuotevano la pensione, ma non venivano abbandonati.

I prodotti alimentari non avevano la scadenza, ma si mangiavano subito.

Non c’erano gli elettrodomestici e per il bucato le donne usavano sapone, cenere e tanto sudore.

Mancava il frigorifero? Nessun problema, si comprava alla giornata.

Non ci riempivano le buchette della posta di pubblicità, mancavano entrambe.

C’erano pochissimi sportelli bancari, mancavano i soldi da depositare e ce n’erano troppo pochi per poterne chiedere a prestito con qualche speranza.

Allora gli sposi novelli, uscendo dalla chiesa, buttavano alla gente gli zuccherini (nobiltà della miseria!), oggi vengono coperti di riso (stupidaggine della ricchezza!).

Non c’erano i compact-disk, ma si cantava molto più di adesso.

Non c’era la televisione e il computer, ma quanta fantasia!

Non c’erano i telefoni cellulari, ma eravamo sempre informati lo stesso.

Andando a scuola non avevamo lo zaino pieno, eppure non ci mancava nulla.

Quei pochi gelati che ho mangiato li ho mangiati col pane.

Avevamo i pantaloni con le pezze, ma era una necessità, non una moda.

Pochi giocattoli ci venivan regalati, ma ci siamo divertiti con le cose più semplici.

A sei anni si cominciava ad andare a scuola e a spigolare, col tempo avremmo imparato a fare di tutto.

Dove mettevamo i rifiuti? O ai maiali o nel fuoco.

La crusca la davamo ai maiali, adesso la vendono in farmacia.

Non ci han portato al mare o a sciare, noi però ci abbian portato i figli e i nipoti.

Esistevano già il parmigiano e il prosciutto di Parma, ma noi conoscevamo solo la mortadella.

I bimbi non nascevano in provetta, ma nascevano.

Abbiamo bevuto l’acqua del pozzo e siamo sopravvissuti.

Non abbiamo mai chiuso la porta a chiave e non ci è mai mancato nulla.

Non andavamo mai dal dottore né lui veniva da noi: eravamo sani come pesci.

Non si andava a teatro o al cinema, ma avevamo il cortile e la stalla.

Si parlava solo il dialetto, ma ci si intendeva benissimo.

Il sogno di noi maschietti era la bicicletta.

Il mio lavoro più bello? La vendemmia.

Cosa non avremmo voluto? I geloni.

Il mio punto di riferimento? La chiesa e l’oratorio.

Cosa invidiamo ai giovani d’oggi? La biro e i jeans.

Il mio rimpianto? Gli amici e la mia gioventù.

Clorindo Grandi (1926-2018), Pasqua 2003

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