Il mio primo aquilone

La primavera sta ritornando e si vede soprattutto nelle giornate che si stanno allungando ma anche dall’aria un po’ più tiepida. Qualche giorno fa ero sul balcone di casa mia che mi godevo una giornata così: Il cielo era azzurro con qualche nuvola che ogni tanto oscurava il sole; tutto d’un tratto, come facevo da bambino, mi sono messo a giocare con la fantasia cercando di dare dei nomi ai modelli che le nuvole disegnavano nel cielo. Una mi sembrava che fosse una mano, un’altra un’aquila, un’altra mi sembrava che avesse la forma di un gabbiano e così via… e in questo “gioco” per me è stato un attimo ritornare con i ricordi di quando ero bambino, di quando nell’immensità di quel cielo azzurro vidi volare il mio primo aquilone che costruii assieme a mio padre. Non ricordo bene l’età ma penso avrò avuto 8/9 anni quando chiesi a mio padre di costruirmi un aquilone.

In quel tempo gli aquiloni si “progettavano” e si costruivano con il “fai da te”, non ricordo che esistessero già “confezionati”. Preso un bel pezzo di carta velina, mio padre la tagliò a rombo, poi vidi che in una ciotola mise della farina che diluì con dell’acqua e io chiesi: “papà, ma cossa sito in via far?” e lui mi rispose che stava facendo la “colla” per tenere ferme le due canne sottili che avrebbe messo a croce per rendere robusto l’aquilone … io non capii cosa volesse dire. Tagliò degli altri pezzetti di carta rettangolari che dovevano tenere, una volta incollati, le due canne. “Parché el vola e chel sia stabile – mi disse – bisogna farghe una bela coa longa, e adesso te insegno come se fa…

Mi ricordo che io fui felicissimo di poterlo aiutare nella costruzione di questo “velivolo” che qualche ora dopo avrei visto svolazzare nel cielo. Presi delle forbici e sotto la stretta sorveglianza di mio padre cominciai a tagliare delle strisce di carta larghe 6/7 centimetri che incollate con la “farina pastella” sarebbero diventate una lunghissima coda che alla fine dell’operazione sarebbe stata attaccata nella parte sottostante dell’aquilone; nel frattempo vidi mio padre che stava assemblando il tutto. Finché aspettammo che si asciugasse la “colla” con cui erano state fermate le piccole canne sulla carta velina, cominciammo a disfare la matassa di filo, il così detto gaetin, che non era altro che un filo molto resistente, preso un pezzo di legno rotondo di circa 15 centimetri cominciai a farlo su a “zig zag” attorno a questo legno; era lunghissimo, non finiva mai … ogni tanto mi fermavo e mio papà ridendo mi diceva: “sito stufo … dai dai coraio tè quasi finio”.

La parte più importante perché l’aquilone volasse erano i “tiranti”, tre o quattro fili de gaetin attaccati alle canne e quindi legati tra loro all’altra estremità, dove alla fine sarebbe stato attaccato il lungo filo del “gomisiel” (il legno dove era stato arrotolato il filo). Ecco il mio aquilone ora era pronto, non rimaneva altro che collaudarlo.

Trovare il posto per farlo non era difficile dal momento che attorno alla mia casa era una distesa di campi. “Tien l’aquilon ben in alto e drito e quando te digo mola, ti mola, eto capìo?” – mi disse mio padre. Io pieno di entusiasmo feci di sì con il capo. Srotolò un po’ di filo dal gomisiel e poi mi disse: “mola…”; mio papà si mise a correre lasciando sempre più filo, l’aquilone salì alcuni metri zizzagando fino a quando in una picchiata mostruosa cadde a terra. “Bisogna che ghe regista meio i tiranti” – borbottò mio padre, e così fece.

Subito dopo riprovammo e questa volta vidi l’aquilone che andava su nel cielo diventando sempre più piccolo, ora era altissimo, tutta la matassa del filo era stata srotolata. “Ecco mi disse – dai proa a tegnerlo ti adesso” ed io un po’ spaventato gli risposi: “No … no … papà, a go paura chel me porta via…”; da parte di mio padre ci fu una grossa risata e ribatté: “ma cossa voto chel te porta via ciciotel come te si…”; effettivamente a quei tempi non è che fossi tanto “mingherlino” e con coraggio presi con due mani il bastoncino al quale era attaccato il filo e cominciai a guardare questa piccola meraviglia che svolazzava alta nel cielo. “Sito contento” – mi disse, io con un grande sorriso gli dissi di sì. “Bene, adesso all’aquilon ghe mandemo un telegrama”, io naturalmente non capivo cosa volesse dire. Mi prese il bastoncino dell’aquilone dalle mani e mi diede un piccolo foglietto. “Scrivi la parola ciao”, io continuavo a non capire ma lo feci e scrissi “Ciao”; mi ridiede il bastoncino con il filo e io gli consegnai il foglietto al quale fece un buco e lo attaccò al filo dell’aquilone. Con molta sorpresa vidi questo foglietto spinto dal vento, arrampicarsi sempre di più in alto fin ad arrivare alla meta. “Ecco el to telegrama lè rivà…”. Finalmente avevo capito.

Erano tempi in cui ci si divertiva con poco, ora è un po’ diverso, purtroppo. Con il tempo gli aquiloni imparai a farmeli da solo, ma quel primo aquilone fatto assieme a mio padre fu una cosa unica ed indimenticabile. Ancora adesso quando vedo qualche aquilone svolazzare nell’aria la mia mente mi porta a ricordare quel momento felice in compagnia di mio padre, un ricordo che il tempo, nonostante gli anni che ho, non potrà mai cancellare. Ciao Papà!

Claudio Bertolini, da La Rana, marzo 2021

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