Pozzanghere

Erano passati molti anni da allora. In occasione di uno dei ricorrenti anniversari, il giornalista aveva insistito per l’ennesima intervista all’ultima professoressa (la professione era stata dismessa con la chiusura delle scuole in presenza nel 2026) su quello che era successo all’inizio di tutto. Lei infine aveva accettato a una condizione: parlare camminando. Il giornalista restò basito. Non che avesse paura del contagio (aveva correttamente seguito la profilassi contro la trecentoventisettesima variante nord-caucasica del virus) ma abituato alle interviste in videoconferenza (non faceva interviste “di persona” dal 2028), le chiese: «In che senso, scusi?». «Camminiamo e parliamo», gli rispose la professoressa. L’ultima volta che era dovuto uscire dal suo appartamento per scrivere un articolo era stato nel 2030. La professoressa gli disse: «L’aspetto alla Corte Previdi di Madonna di Erbè».

Lui individuò quel luogo “nel nulla” con il suo localizzatore satellitare, controllò di che colore fosse quel giorno e accettò, più per curiosità che per altro. Caricò l’immagine e chiese al risponditore vocale come ci si dovesse vestire per camminare su una “strada sterrata” (il risponditore gli aveva detto che si chiamava così quella striscia di terreno senza asfalti). Scoprì di non avere niente di adatto, tanto più che il risponditore gli disse che per quel giorno a quell’ora erano previste nebbia e “pozzanghere per terra”. L’ultima volta che aveva messo un piede in una pozzanghera era stato a sette anni e mezzo e lo avevano prontamente portato al pronto soccorso per la profilassi preventiva contro il Covid 77-ter che si trasmetteva attraverso l’acqua stagnante.

Ordinò on line giacca arifuga catarifrangente, scarponi antifanghiglia, frontalino fendinebbia e il giorno stabilito all’ora tale incontrò la professoressa. Si sorprese degli abiti di lei (vecchie scarpe da ginnastica, jeans, camicia, un giacchino) e di un bastone di legno (si ricordò d’aver letto che quarant’anni prima qualcuno lo usava per camminare). Chiese alla professoressa l’itinerario per impostare il passeggiatore satellitare e quanti metri avrebbero dovuto percorrere per inserire i parametri nel giubbotto con cannula che gli avrebbe somministrato sostanza idrosalina sufficiente a compensare il dispendio energetico.

Si incamminarono, distanziati, e non ci fu verso di parlare del motivo dell’intervista. La professoressa gli raccontava di quando i campi erano coltivati a tabacco, di quando si andava al laghetto a vedere gli aironi, dei ricami che faceva la brina sull’erba quando alle sei di mattina lei si svegliava, faceva dieci minuti a piedi fino alla fermata e poi un’ora in autobus per arrivare Verona dove frequentava il liceo (classico, per giunta) e di come il suo professore di storia dell’arte l’avesse appassionata allo stile romanico portando la classe in gita al Duomo di Modena. «Che follia», pensava tra sé il giornalista. E si elencava gli svantaggi: le ore di sonno perse, lo stress dei viaggi, le inutili gite (erano state abolite nel 2025) quando con gli scafandri di realtà virtuale che tutti possedevano ora si potevano visitare da casa tutte le chiese romaniche del mondo, l’handicap di non poter seguire le lezioni della DADC (Didattica a Distanza Centralizzata) e, non ultimo, il rischio di contagiarsi.

Quando i due arrivarono là dove la strada sterrata era fiancheggiata da una lunga fila di pioppi, la professoressa si fermò, infranse le regole del distanziamento e mise la mano sulla spalla del giornalista. Lui fu percorso da un brivido: da quanto tempo qualcuno non gli toccava la spalla? Lei, sorridendo, gli disse: «Guardi che belli sono questi pioppi che si perdono nella nebbia. Laggiù noi non li vediamo più, eppure loro continuano la loro corsa. Ma noi, da qui, non sappiamo se sono sani, se sono stati potati, se qualcuno li sta tagliando, se ne pianteranno mai di nuovi». Il giornalista non riusciva a capire il senso di quello che gli stava dicendo. «Ecco», riprese la professoressa, «immagini che questi pioppi siano i miei studenti e studentesse di allora. Quando tutto cominciò nessuno si chiedeva cosa sarebbe stato delle loro vite. Tutti parlavano del presente e nessuno del loro futuro. Finché si persero nella nebbia, sparirono dalla nostra vista e noi non ce ne preoccupammo più. Scriva questo nel suo articolo». Non riuscì a farle dire nient’altro.

Il giornalista se ne tornò nel suo appartamento convinto d’avere sprecato una mattina, sicuro che il suo articolo sarebbe stato ignorato, infastidito per essersi dovuto comperare quelle inutili scarpe per camminare: le avrebbe buttate via. Non aveva mai rimpianto di non avere studiato con una professoressa in carne e ossa e tutte quelle che aveva intervistato gli avevano dato l’impressione di essere delle nostalgiche che non volevano ammettere quanto la DADC avesse fatto salire tutti i livelli di apprendimento. Eppure aveva l’impressione che con quella camminata e con quella mano sulla spalla la professoressa gli avesse insegnato qualcosa di diverso. Ma non capiva cosa. Nemmeno il risponditore vocale glielo seppe dire. Entrando in casa si accorse che le sue scarpe erano sporche di fango: aveva pestato in una pozzanghera. Gli si risvegliò allora dentro un ricordo che pensava di avere cancellato. Quella volta che l’avevano portato al pronto soccorso perché aveva pestato una pozzanghera, lui non l’aveva detto alla mamma e al medico che l’aveva fatto apposta. Decise di tenere le scarpe, semmai gli fosse capitato di tornare a camminare un’altra volta con la professoressa, per imparare qualcosa da lei.

Alessandro Anderloni

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