Come una quercia in un prato verde: la forza di Bovolone

Lo si vede nei documenti importanti, o sopra il gonfalone nelle occasioni solenni: lo stemma del comune di Bovolone ha una storia antica, più che centenaria.

La prima versione è quella del 1877, dove si vedevano disegnati un grande prato verde vicino al fiume Menago e, vicino ad una riva, una quercia. Con l’arrivo del fascismo in Italia, e la riorganizzazione dell’intera amministrazione nazionale, ogni comune fu chiamato ad ufficializzare il proprio simbolo: il 19 Luglio 1931 al podestà Guido Righetti arrivò una lettera da Roma, firmata dal capo del governo Benito Mussolini: in essa si approvava la proposta dello stemma comunale, descritto come un “campo di cielo, all’albero di quercia nodrito sulla pianura erbosa verde”; da quel momento è rimasto uguale, se non per l’aggiunta di alcuni elementi decorativi col passare degli anni.

Sopra lo scudo al centro, chiamato sannitico, su cui è rappresentata la quercia, c’è la corona di torri, o corona turrita come venne definita durante il Regno d’Italia, formata da due cerchi di mura a sostegno di cinque torri: la sua presenza significa che Bovolone è una Città, titolo ottenuto il 21 Giugno del 1994. Sotto lo stemma si trovano due rami di pianta, uno d’alloro a destra e l’altro di quercia a sinistra, uniti da un nastro tricolore a formare una corona. L’alloro è ritenuta una pianta nobile: esso era usato per incoronare gli imperatori, i guerrieri vittoriosi, i poeti e i vincitori dei giochi nella Roma, e prima ancora nella Grecia antica. Simbolo di potere e di potenza, la credenza popolare vuole che protegga dai fulmini e dalle calamità e, per chi ne mastica le foglie, la possibilità di vedere nel futuro, come spesso facevano gli indovini e i sacerdoti prima di dare i loro oracoli. Detto anche Lauro, era la pianta sacra ad Apollo che si fece una corona con i suoi rami, dopo aver trasformato proprio in una pianta di alloro Dafne, figlia del fiume Peneo, che voleva scappargli. L’altro ramo è di quercia, pianta simbolo di nobiltà e forza, anticamente albero di Zeus, il padre degli dei dell’Olimpo, ed usata in medicina per creare decotti e pozioni dai poteri miracolosi, così come il portarne al collo una ghianda, o un piccolo ramoscello, era di buon auspicio e garantiva salute e benessere.   

Sullo scudo al centro c’è una quercia sopra un prato verde e un cielo azzurro: se la pianta, così disegnata, diventa qui simbolo di vita e longevità (un albero può vivere tra i 400 e 1500 anni), il prato è segno di fertilità, speranza e abbondanza dei raccolti (cosa molto utile dalle nostre parti), mentre il cielo sereno è un augurio affinché nessun pericolo colpisca la città che, protetta dalle mura e le sue torri, con la potenza dell’alloro e la forza della quercia, è certamente destinata a durare in eterno.

Emanuele De Santis

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