Arte e mestieri di una volta: sarte e barbier

La sua bottega si apriva sotto un’insegna dipinta a motivi floreali. La gente modesta ordinava un vestito solo in occasioni particolari che segnavano tutta la vita: un evento straordinario, la Prima Comunione, le nozze, in stoffa nera, che poi serviva per tutte le cerimonie liete e tristi.

In campagna non si usava il cappotto, gli uomini portavano il tabàr (mantello a ruota), i giovani andavano “in spalina” (cioè senza), solo con la giacca, il cappello in testa e una sciarpa di lana durante l’inverno.

In realtà il lavoro del sarte di paese consisteva quasi sempre nel rivoltare vecchi vestiti, o adattare quello del padre per il figlio maggiore che a sua volta lo lasciava ad uno dei fratelli più piccoli. […]

Con questa attività di certo non poteva sbarcare il lunario, cosicché lo associava a quello del barbier.

Il sabato pomeriggio e la domenica mattina gli uomini si ritrovavano nel negozietto, con la bella stagione fuori dove, seduti a turno su uno sgabello, si facevano tagliare i capelli secondo la moda, acconciare i baffi e rasare la barba con “il rasoio a mano libera”, che lasciava la pelle liscia come un petalo di rosa, tenendo sotto la gola il catino dall’incavo profondo per non bagnare il vestito buono delle feste.

Al loro incontro dal barbier i compaesani si scambiavano notizie sul tempo e sui lavori dei campi, le ultime novità dalla città e da luoghi lontani che diventavano ciacole e si diffondevano.

di Floriana Mirandola da La Rana, dicembre 2019

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