Le epidemie nella Bassa Veronese

DAL VAIOLO AL COLERA, DAL TIFO ALLA SPAGNOLA

L’emergenza sanitaria che stiamo vivendo non è un fatto nuovo nella Bassa Veronese. Oltre alla terribile influenza spagnola di un secolo fa, nel corso dell’Ottocento i pericoli maggiori vennero da altri virus: vaiolo, colera (o cholera) e tifo. Di quest’ultimo, chiamato malattia della miseria, si ebbero più epidemie: 1848-49, 1854-55, 1865-67, 1884 e 1893. A quei tempi le condizioni sanitarie delle popolazioni rurali della zona erano precarie, senza dimenticare frequenti carestie e analfabetismo molto diffuso.

A pensare di riformare il settore, con provvedimenti che affidavano ai comuni il compito di nominare e stipendiare un medico che aveva l’obbligo di “vaccinare, assistere e curare” tutti i pazienti poveri, ci pensarono già i francesi, arrivati con Napoleone sul finire del Settecento. Vaccinarsi, a quel tempo, significava combattere contro il vaiolo, un morbo che, ritornando con sistematica periodicità anche nel Veronese, aveva portato alla morte, ogni volta, dai 300 ai 1000 individui, senza contare i molti che rimasero “oscenamente deturpati”.

La politica di modernizzazione sostenuta dall’Austria nel periodo del Lombardo-Veneto si rivelò alquanto efficace nel limitare i danni del vaiolo. Per mettere la parola fine a questo flagello bisognerà attendere l’ultimo decennio del secolo, dopo che un decreto del 1888 aveva portato la vaccinazione obbligatoria a tutti i cittadini.

Comparso improvvisamente nel panorama sanitario italiano nel 1835, il colera (o Choléra) fu un altro flagello per le popolazioni del Veronese più volte in allarme per questa “nuova” malattia che con una certa frequenza portava paura e morte in città e nel contado. Anche se per trovare la profilassi bisognerà attendere gli ultimi decenni dell’Ottocento, alla scienza medica non erano sfuggite le cause in cui la malattia trovava terreno fertile per la propagazione. Cause imputate soprattutto alle tristi condizioni in cui era costretto a vivere parte del proletariato rurale, con abitazioni fatiscenti circondate da acque malsane e senza la minima traccia di fognature, a conferma che il colera aveva il carattere di una malattia della miseria che si sviluppava soprattutto in condizioni igienico-sanitarie degradate.

Manifesto per colera del 1867 rinvenuto nell’Archivio Comunale di Nogara

Tubercolosi, dissenteria, polmonite, gastroenterite, setticemia, rachitismo e febbri tetaniche furono altre malattie molto diffuse al tempo, senza dimenticare la malaria diffusa dalla zanzara anofele, soprattutto nelle zone vallive.

Secondo le statistiche del 1850, metà della popolazione non raggiungeva i 20 anni di età. Medici con pochi mezzi a disposizione per curare malattie spesso causate da condizioni

di vita impossibili e ignoranza spinsero la maggior parte della popolazione, almeno fino agli ultimi decenni del secolo, a diffidare della scienza, che ancora non era in grado di fornire farmaci specifici per ogni disturbo.

A farla da padrone era invece la “medicina popolare”: un insieme di conoscenze, non prive di magia e superstizioni, che venivano tramandate da generazione a generazione. E che faceva ricorso a elementi naturali di uso comune, soprattutto per curare disturbi di minore entità (raffreddore, mal di testa, mal di denti), oppure, a livello superiore, all’uso delle erbe officinali, soprattutto quelle nate spontaneamente nei luoghi incolti.

La scarsa fiducia nella scienza aveva prodotto, anche nella nostra zona, figure con indubbia professionalità e scarsa cultura accademica, come flebotomi, mammane, bassi chirurghi e praticoni vari, senza contare i tanti ciarlatani che smerciavano i loro rimedi in mercati e fiere.

Giordano Padovani

da La Voce del Basso Veronese, maggio 2020

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