Il canto della vita

Quando ero bambino ascoltavo mia madre cantare e nella sua voce mi perdevo: ne ripetevo le parole e seguivo il ritmo delle canzoni inglesi o italiane da lei interpretate, le stesse che poi sentivo alla radio. Così, tra un brano di Eros e uno dei Duran Duran, con mio padre che in garage ascoltava i Pink Floyd e i Pooh, conoscevo la Musica, colei che finora mi ha sempre accompagnato nei momenti più importanti.

Cantare è un’attività antica quanto l’Uomo, forse propria dell’essere umano, un piacere che coinvolge tutto il corpo: i polmoni si riempiono di aria, le corde vocali vibrano, la mente segue il ritmo e, nel frattempo, le parole nascono in testa ed escono dalla bocca intonate, il tutto in modo coordinato, preciso, a tempo. Oggi si canta perlopiù, e purtroppo, per competere con gli altri e ciò vale sia per i bambini che per i giovani o gli adulti; si è persa, credo da qualunque nessuno, la serenità del canto quotidiano, quell’usare la voce, anche in modo imperfetto, per accompagnare i momenti della propria giornata. Questo accadeva nel passato, quando le mondine intonavano melodie per accompagnare i lunghi e assolati giorni di lavoro nei campi, le donne si riunivano nella corte per descartossar le panoce e gli uomini aravano la terra sopra i trattori o camminavano gettando la semenza e sperando di poter presto raccogliere in abbondanza. Erano canzoni semplici, di poche parole, che raccontavano qualche storia e diventavano il corpo di un sapere diffuso e popolare. Nelle notti d’inverno, poi, chiusi nella stalla, c’era sempre qualcuna che cantava mentre le altre rammendavano un vestito rovinato e i bambini giocavano liberi tra la paglia e gli animali, così come i soldati al fronte, pensando a casa e alla propria patria da servire, guardando al cielo della notte, seguivano una melodia che gli riportasse un po’ di calore o, perché no, il coraggio necessario per affrontare la battaglia.

Il canto, inoltre, non si ferma alla terra ma aiuta la persona, e chi lo ascolta, a raggiungere una dimensione superiore, divina, come gli uomini di religione sanno, dagli antichi sciamani delle tribù, che cantano in modo ripetitivo per arrivare al mondo degli spiriti, ai Muezzin, che dai Minareti pregano cantando ad Allah, o ai monaci che lodano Dio con il canto gregoriano.

Cantare, quindi, ci riporta alla Natura e a Ciò che la governa, al ritmo delle stagioni e dei giorni, e ci mette in contatto con essa: che bello sarebbe ogni tanto mettersi di fronte ad un tramonto sui campi, con un sole rosso e grande che ci saluta, e dedicargli un canto spontaneo, stonato sì ma sincero, come quelli che si ascoltavano da bambini: “La mia città è questa qua, con case che vanno al ciel, e io non la lascerò perché qui vivi solo tu”. Ah, che pace!

Emanuele De Santis

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