Giuseppe Merlin e la nascita del mobile d’arte

L’artigianato del mobile d’arte nacque ad Asparetto, una frazione del comune di Cerea, intorno al 1920, per opera di Giuseppe Merlin, un artigiano che a quei tempi era definito un “marangon. Egli provvedeva, infatti, alla riparazione di mobili, soprattutto sedie e tavoli, ma anche di biciclette e altri attrezzi meccanici. Negli anni si occupò sempre maggiormente di mobili antichi, dei quali imparò a riconoscere gli stili e le principali caratteristiche. Spesso accadeva che i suoi clienti gli portassero mobili molto rovinati e occorresse ricostruirne parti intere, divenendo quindi necessaria un’applicazione della sua conoscenza degli stili unita ad una buona dose di creatività, in modo tale che la parte rovinata o mancante, una volta riparata o sostituita, rispettasse le caratteristiche stilistiche proprie di quel mobile.

Un’occasione importante per dimostrare le sue capacità venne da un cliente che gli affidò una scrivania antica in pessime condizioni: Merlin doveva ricostruire gran parte del mobile, eseguire un lavoro non da semplice artigiano, ma da vero e proprio artista. Il risultato fu di tale pregio che la sua fama si diffuse in breve tempo presso molti antiquari e benestanti dell’epoca. Iniziò così ad incrementare i suoi rapporti d’affari con i primi, che acquistavano mobili antichi rovinati per poi affidarli alle mani esperte di Merlin. Quando le sue disponibilità economiche furono tali da ottenere una certa indipendenza dai suoi principali clienti, per acquistare in prima persona mobili antichi, ripararli, copiarli e poi rivenderli, la sua attività commerciale si sviluppò lungo un nuovo percorso. Essa si concentrava maggiormente nella copiatura dei mobili e nell’interpretazione degli stili, così da creare rispettivamente opere simili in tutto e per tutto agli originali e opere nuove, ma fedeli alle caratteristiche stilistiche di una data epoca. I clienti di queste produzioni appartenevano alla classe media e alta, cioè persone facoltose che si potevano permettere un mobile costruito da Merlin, il cui prezzo era notevolmente superiore a quello della gran parte dei mobili prodotti in quel tempo, che arredavano le case dei meno abbienti, ma sempre inferiore a quello che avrebbero pagato acquistando un mobile antico originale. Il legno usato era solitamente molto vecchio, talvolta ricavato da mobili antichi ormai irrecuperabili, e questo comportava un innegabile pregio che andava a comporre il valore del mobile, insieme al valore aggiunto dall’abilità di Merlin.

Oltre ad essere stato un ottimo artista, egli fu anche un ottimo imprenditore: si preoccupò di diffondere la sua conoscenza del mobile presso gli apprendisti, che dopo qualche anno di lavoro presso la sua bottega si mettevano in proprio per vendergli i loro prodotti, in genere mobili grezzi, che si occupava di rifinire e poi di rivendere. In breve tempo si diffuse questo lavoro nei paesi vicini (oltre Cerea, i primi furono Bovolone, Casaleone, Isola della Scala, Nogara, Salizzole e Sanguinetto), tale perciò non era sufficiente il solo insegnamento di Merlin per permettere ai nuovi artigiani di imparare il mestiere. Per risolvere questo problema l’Istituto Nazionale del Lavoro organizzò e finanziò nel 1934 la Scuola Artigiana, ad Asparetto, diretta dal figlio di Merlin. Anche a Bovolone e a Cerea fu fatto altrettanto. Le lezioni si tenevano alla sera e alla domenica, per permettere a tutti gli studenti di lavorare e studiare contemporaneamente. La rapida diffusione del lavoro dell’artigiano del mobile fu favorita dalla perdita di interesse che manifestavano i giovani nei confronti del lavoro nell’agricoltura, che spesso era svolto dai loro genitori: vedevano di fronte a sé la possibilità di lasciare una vita fatta di sacrifici, rischiosa e difficilmente redditizia (almeno per la maggior parte dei contadini) per un lavoro meno rischioso, che garantiva un buon guadagno e sicuramente più prestigioso.

Ebbero una grande importanza i rapporti che Merlin sviluppò con altri tre artigiani: due laccatori (provenienti da Venezia e da Mestre) e l’intagliatore Rizzo da Venezia. Durante la seconda guerra mondiale essi si stabilirono a Cerea e ad Asparetto, dove queste figure mancavano, ed insegnarono l’opera agli artigiani locali.

A differenza di quanto aveva fatto con la sua conoscenza del mobile, l’artigiano mantenne inizialmente segreta un’innovazione di produzione che gli permise di ridurre i tempi di lavorazione: applicò un seghetto ad una cucitrice, togliendo quindi l’ago, creando una macchina per ritagliare gli intarsi direttamente sul legno. Prima di questa invenzione, essi venivano ricalcati su carta oleata, cosa generalmente fatta da donne e ragazzi giovani, per poi riportarli con carta da ricalco sui fogli di legno che sarebbero stati segati con il traforo.

di Giovanni Pozzetti, estratto da Il distretto del mobile della bassa veronese, Università degli Studi di Padova (Economia)

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