I migranti veronesi nell’Agro Pontino

Il primo treno “della speranza” partì da Verona

È facile incontrarli per strada, in bicicletta, alle prime luci dell’alba oppure verso sera, dopo 12-14 ore di lavoro nei campi o nelle serre dell’Agro Pontino, a sud di Roma. Non di rado, negli ultimi anni, sono finiti sotto i riflettori per lo sfruttamento subìto sul luogo del lavoro e per i salari da fame che percepiscono. Si riconoscono facilmente per i loro turbanti in testa: sono i sikh, popolazione indiana del Punjab, molto numerosi in quella zona, dove sono emigrati per fare i braccianti. Prima di loro a spezzarsi la schiena su quei terreni, qualche generazione fa, furono soprattutto contadini veneti, emiliani e friulani, emigrati nell’Agro Pontino quando, per citare un libro di Cesare Marchi, “eravamo povera gente”. E di miracoli economici all’orizzonte non se ne vedevano.

Tra i numerosi coloni presenti alla prima aratura di quei terreni, esattamente 80 anni fa, c’erano molti veronesi, specialmente della Bassa, emigrati anni prima. Un libro uscito recentemente, intitolato “Questo piatto di grano”, curato da Giulio Alfieri, ricostruisce la vicenda di questo importante progetto portato a compimento dal regime fascista. Apprendiamo così che il primo “treno della speranza”, per 47 famiglie veronesi, partì nella notte di Santa Lucia, tra il 12 e il 13 dicembre 1932. Il biglietto era di sola andata e il punto di arrivo era Cisterna di Roma, così si chiamava la cittadina pontina prima della creazione della provincia di Littoria (poi Latina).

Nei tre anni successivi partirono molte altre famiglie veronesi, dalla provincia ma anche dalla città. Gazzo Veronese, con 33 famiglie emigrate, detiene il record regionale, seguito da Verona città con 16, da Zevio e Veronella con 13 e da Bovolone con 10; in totale i comuni veronesi coinvolti furono 41, dalla Bassa alla Lessinia. Ogni famiglia doveva avere un ex combattente tra i componenti, ovvero aver avuto un componente caduto al fronte nella Grande Guerra. Appena arrivati laggiù, veniva assegnato ad ogni nucleo famigliare una casa colonica con del terreno, più gli attrezzi per lavorarlo e alcuni animali da tiro. Il lavoro dei coloni mutò il volto della regione, trasformando boscaglie e acquitrini malsani in una fertile zona agricola, collegata ad una rete di comunicazione stradale, in cui prosperavano cereali, viti, alberi da frutto, ortaggi e ulivi.

Le condizioni di vita, specialmente agli inizi, non furono facili, per via della malaria, del duro lavoro e dei difficili rapporti con le popolazioni locali. Nonostante l’alta resa dei terreni, ai coloni veniva lasciato solo il necessario per sopravvivere, come da contratto: d’altro canto, però, dopo 25 anni c’era la possibilità di riscattare il podere che era stato loro assegnato all’arrivo.

La maggior parte delle famiglie veronesi rimase nell’Agro Pontino per sempre, dove oggi risiedono i loro eredi, ormai stabilmente inseriti nella nuova realtà. Di questo importante tassello della storia nazionale oggi resta solo un vago ricordo.

di Giordano Padovani, in La Voce del Basso Veronese, Dicembre 2019

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