Vacanze a Bovolone

Giovani donne alla Fossa Noa

Fino a una cinquantina d’anni fa i Bovolonesi per imparare a nuotare non si iscrivevano a un corso di nuoto e nemmeno rimanevano per lunghi periodi a villeggiare al mare o al lago, semplicemente scendevano in un fosso ed iniziavano a prendere confidenza con l’acqua. Ovviamente tutto doveva avvenire per gradi: prima fossati con poca acqua in modo da potersi rialzare in piedi in qualsiasi momento, poi via via corsi d’acqua con portata maggiore, per arrivare infine a frequentare i luoghi più “in” di Bovolone, cioè la cascata della Fossa Nuova e il Salto del Lupo, punti di ritrovo e refrigerio per i giovani bovolonesi che lì potevano anche esibirsi in autentici tuffi.

Ai primi caldi estivi si iniziava a fare i bagni, quando poi l’afa della pianura toglieva il respiro questi luoghi erano frequentatissimi. Dopo aver riposto gli indumenti a fianco delle biciclette e dopo essersi assicurati che l’elastico delle mutande non fosse allentato, i ragazzi si tuffavano in acqua, si schizzavano reciprocamente e schiamazzavano ridendo, mentre le ragazze, più restie, si bagnavano le gambe nelle canalette o scendevano in acqua dove il letto non era profondo inumidendo al massimo le caviglie; avevano però la possibilità di adocchiare il fisico dei maschi e di commentare le loro “bravate”. Luoghi di perdizione per i parroci dell’epoca (Mons. Pezzo e Mons. Valle) che dal pulpito invitavano ardentemente i fedeli a non andarci: un’esortazione che contribuiva ad aumentare l’attrattiva del luogo per i ragazzi.

Altri luoghi frequentati dai giovani, ma meno popolari perché più in vista, erano lungo il fiume Menago: el Scolon alla Madonna, le scalinate del Ponte Nuovo o quelle del Mulino.

Gruppo di amici alla Fossa Noa (foto di Livio Lucchi)

In altri fossi ci si tuffava dalle piante che con i loro rami frondosi coprivano a volta il corso d’acqua, e il più bravo era quello che si tuffava dal ramo più alto. Prima di cimentarsi nei salti, bisognava però preparare accuratamente il punto di risalita resa difficoltosa dalle alte erbe, spesso ortiche.

La maggior parte dei genitori dei ragazzini più giovani rimaneva all’oscuro dei bagni nel fosso, molto spesso i giovincelli portavano con sé una canna da pesca, prendevano qualche aola (alborella), e dopo via a tuffarsi e a giocare nell’acqua con gli amici. A una certa ora bisognava uscire dall’acqua per avere il tempo di asciugare le mutande. Poi, alla sera in famiglia si lamentavano che la pesca era stata poco fruttuosa a causa dell’afa che aveva scoraggiato perfino i pesci ad abboccare.

In questi fossi i Bovolonesi imparavano a nuotare con uno stile nel tuffo tutto particolare denominato “alla caimano”: una breve rincorsa per saltare le erbe, poi non bisognava spanciarsi sul pelo dell’acqua, ma neanche andare troppo in basso perché il fondo era assai vicino.

Il sabato e la domenica pomeriggio c’era il massimo dell’affluenza, pure gente che veniva a “prendere il sole”, insomma erano proprio luoghi di vacanza!

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