Dialetto o Lingua Veneta: un valore aggiunto per le nuove generazioni

Periodicamente torna a farsi sentire la notizia di un’imminente introduzione dell’insegnamento della Lingua Veneta nelle scuole per gli studenti della nostra regione. A dire il vero, in qualche istituto scolastico l’insegnamento è già stato avviato a livello progettuale e sperimentale, sostenuto dalla psicologia linguistica che è favorevole alla competenza plurima perché rafforza la capacità di apprendere le lingue straniere. Gli studenti, invitati a riflettere sulla Lingua Veneta, possono così scoprire come questa sia simile al francese per l’inversione del soggetto e del verbo nelle domande, o come alcuni suoni possano assimilarsi allo spagnolo; possono rinvenire, inoltre, riferimenti anche di altre lingue, come il tedesco e il greco. Ma, pur studiandolo a scuola, quanti di loro inizieranno ad utilizzarlo negli scambi comunicativi quotidiani? Una lingua, per rimanere viva, dev’essere parlata, altrimenti avrà necessariamente la stessa sorte del latino.

Oltre a ciò, quale Lingua Veneta insegnare? Quella letteraria veneziana? Quella codificata da qualche Accademia? Perché dovrei insegnare a un Bovolonese a denominare la cipolla “séola” e non “zéola” (con quella bella pronuncia della zeta “tz” che ci contraddistingue)? Per la parola “cucchiaio”, devo continuare ad usare “cuciàr” o “sculièro”, come dicono quelli che abitano ad una decina di chilometri di distanza?

Quello che sto per dirvi potrà disturbare qualcuno. Per me, il dialetto, o Lingua Veneta se preferite, va imparato al di fuori del contesto scolastico, va imparato nella comunità di appartenenza e dev’essere considerato un valore aggiunto a disposizione dei nostri giovani, una competenza complementare alla quale attribuire, semmai, dei crediti formativi a livello scolastico, così come vengono riconosciute altre competenze acquisite nell’extrascuola.

Racconto un aneddoto che mi è occorso circa un anno fa. Due miei ex alunni marocchini si sono fatti riconoscere e mi hanno salutato con affetto. Anch’io mi ricordavo molto bene di loro perché sono stati i primi miei alunni stranieri in assoluto ai quali ho iniziato ad insegnare la lingua italiana. Ebbene, questi due ragazzi, ormai uomini, non solo hanno imparato bene l’italiano, ma stando con i coetanei hanno assimilato perfettamente anche il nostro dialetto, realizzando pertanto una completa integrazione nel tessuto sociale, pur conservando anche la loro cultura e la loro religione. Ora si sono trasferiti in Francia dove hanno rilevato un’importante officina meccanica, ma di tanto in tanto tornano nel nostro paese per effettuare degli acquisti per la loro attività imprenditoriale. “Maestro, – mi hanno detto – quando facciamo affari qui, c’è sempre un po’ di diffidenza nei nostri confronti, ma quando ci mettiamo a parlare in dialetto di colpo le cose cambiano: ci accordano subito maggior fiducia e possiamo trattare alla pari”.

Ecco il valore aggiunto che si manifesta: la conoscenza del dialetto è indice di effettiva integrazione nella comunità e diventa altresì condivisione dei valori fondativi dell’identità veneta e delle tradizioni della nostra terra.

 

Ulisse Scavazzini

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