La risaia nel territorio veronese

… Sull’introduzione del riso nel Veronese ci sono varie ipotesi: il Medoro e il Biancolini (scrittori di Storia Veronese) riferiscono che a causa delle guerre tra Carlo V, imperatore e re di Spagna, e Francesco I, re di Francia, molti profughi lombardi si rifugiarono nel Veronese ed ottennero dalla Repubblica di Venezia il permesso di coltivare a riso alcuni terreni che avevano acquistato.

Nel 1569, nel territorio di Bovolone venne scavata la “seriola (canale conduttore) Brenzona” per portare l’acqua da Mazzagatta alle risaie di Gaspare Brenzoni in contrada Molinello (cioè che aveva un mulino), oggi chiamata Madonna.

Da ciò si deduce che la “risicultura” era legata al patriziato e alla borghesia che possedevano i capitali da investire per lo scavo di lunghi canali, la bonifica di vasti terreni paludosi, i lavori per la manutenzione della risaia stessa (le arature, i livellamenti, la preparazione degli argini, la monda del riso, la costruzione di aie e di pile).

Certamente il piccolo coltivatore non poteva affrontare queste spese, senza contare che bisognava presentare la domanda al Senato della Repubblica di Venezia che mandava un Provveditore a verificare i terreni e disegnare le mappe per fissare la “tassa di concessione” a cui seguiva “l’investitura”, che nel caso di Bovolone, essendo Feudo Vescovile, spettava al Vescovo di Verona.

Ma la rendita ricavata dalla coltivazione del riso si mostrò superiore a quella degli altri cereali e ben presto divenne la maggior fonte di reddito per la nostra economia.

La produzione però era destinata in minor misura al mercato locale, la maggior parte veniva inviata agli empori veneziani di Rialto dove veniva pagata a prezzi più alti.

Nella Bassa Veronese la sede del mercato era a Legnago, da dove partiva sull’Adige con barconi, verso Venezia e altre piazze.

Accadde però che mettendo a risaia sempre più terreni si ridussero notevolmente i campi ad erba per il bestiame e a cereali da panificazione (frumento, orzo, segale) tanto che nel ’600 ne dovettero essere importati grandi quantità e carni bovine.

La grande crisi

Con il ’700 si apriva un nuovo secolo chiamato in Europa “della rivoluzione industriale”. L’opera di rinnovamento, il desiderio di novità e lo sviluppo di nuove tecniche agricole, non furono propizie per la risicoltura veronese che andò incontro ad un periodo di difficoltà.

L’ottima qualità e le buone rese delle terre “basse” (le valli) non riuscirono ad evitare l’aumento dei costi e l’abbassamento dei prezzi sul mercato.

Cosa avvenne? La causa fu l’introduzione di risi provenienti dagli Stati vicini del Mantovano e del Milanese che venivano mescolati alla nostra produzione saturando il mercato ed abbassando i prezzi.

Inoltre avevano un sapore più deciso ed erano più facili da cuocere perché più teneri. I mercanti mescolavano il riso “forestiero” con quello nostrano, più consistente, per poi venderlo in Olanda e in Inghilterra.

Il trasporto avveniva via mare, ma il riso forestiero si guastava durante il viaggio, sicché quei Paesi, considerandosi truffati, cancellarono le commesse a Venezia.

Il governo tentò di intervenire aumentando i dazi sul riso proveniente da altri Stati, il risultato fu che nacque e si sviluppò un fiorente contrabbando del prodotto che avveniva per via fluviale.

Nel Mantovano, direttamente dalle corti agricole, il riso veniva caricato sui barconi che attraverso il fiume Tartaro e poi per altri canali e seriole, entrava nel territorio di Legnago dove veniva mescolato col nostro, contrattato con trafficanti di Chioggia e trasferito a Venezia via Adige. La Serenissima Repubblica non poté fare molto per contrastare il fenomeno poiché i contrabbandieri avevano la perfetta conoscenza del territorio.

I Risari

Molte erano le persone impegnate nella produzione risicola che aumentavano nei periodi della monda delle giovani piante e del trapianto. Parte della manodopera era femminile, proveniente anche da altre zone del territorio perché la paga era buona: 20 soldi e più al giorno che supera quella dei braccianti agricoli che era in media di 14 soldi (da un resoconto del Capitano di Verona, Paolo Donato, 1720).

Se il loro salario poteva essere buono, i volti gialli e scavati dei risari testimoniavano condizioni di lavoro insalubri: a poco servivano i pesanti e larghi stivali che si infilavano sopra le scarpe per entrare nei campi irrigati, mentre le mondine, a piedi nudi, cantavano per alleviare la fatica. Costrette a lunghi periodi nell’acqua, l’umidità attaccava inesorabilmente il loro organismo.

P.S.: Questo genere di contratti durò fino alla IIa Guerra Mondiale. Nel 1760 i terreni “a risara” raggiunsero un’estensione di 1510 campi, concentrati nelle mani di due famiglie: i Mocenigo e i Bianchi.

adattamento di Floriana Mirandola da “Uomini e Civiltà Agraria in Territorio Veronese, vol. II, Banca Popolare di Verona, 1982

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