Cent’anni e più di trasformazioni: La Venera

Appartenente per più della metà a Sanguinetto, per un pezzetto a Cerea, per il resto a Casaleone, la frazione Venera deriva il nome dai nobili veneziani Venier che, assieme ai Martinengo di Brescia e ai Lion di Padova divennero proprietari del feudo nel 1457 e dal castello dominavano un vasto territorio che, a macchia di leopardo, si estendeva da Sustinenza a Bonavicina. Anche se a prima vista non sembrerebbe, pure la Sanoa, la Sanuda, ha a che fare coi Venier. I documenti ci dicono che è una fossa, per questo è al femminile, derivata a scopo irriguo dal fiume Tregnon nella seconda metà del ’400 e si chiama così da Marin Sanudo, il più celebre intellettuale veneziano del tempo. Tuttavia non sappiamo se sia stata scavata dallo stesso o dal nonno materno, Alessandro Venier, e da questi dedicata all’illustre nipote che a Sanguinetto soggiornò più volte e nelle sue opere parla anche del nostro paese. E la Sanoa, per molti secoli, fino al dopoguerra è stata, tra l’altro, la ogarola, la piscina naturale e gratuita dei ragazzi nelle afose giornate estive. Il principale scolo naturale del territorio, invece, che esiste tuttora, è il Magarin, un fosso che d’estate va in secca e quindi risulta meno famoso dela Sanoa, anche se più antico. Dal punto di vista economico la frazione è nata come agglomerato di contadini che lavoravano il terreno del feudo, in sostanza un nucleo di braccianti. A far concorrenza alle nobili famiglie feudali si aggiunsero altre famiglie nobili, cosicché la proprietà terriera rimase per secoli nelle mani di pochi padroni. Sorsero così villa Rangona, a Sud, e la corte dei signori Guastaverza di S. Silvestro, in via Faval di Cerea, passata, verso la metà del 1600, ai Roveda, quindi ai Negri, poi a Giovanna Lanza e successori. Oggi entrambe attendono un restauro che sarebbe splendido, ma troppo costoso e per nulla remunerativo. In contrasto col privilegio dei pochi il tenore di vita della comunità rimase per secoli modestissimo tanto che la povertà spesso sconfinava nell’estrema indigenza e costringeva i più miseri a espedienti di pura sopravvivenza. Testimonianze storiche e leggende varie sono indici attendibili della situazione. Claudio Monteverdi, il celebre musicista e compositore del 1600, in una lettera ai Gonzaga ricorda che nel viaggio di trasferimento da Mantova a Venezia “duo milia fuora da Sanguanato” a due miglia da Sanguinetto, quindi in prossimità della Venera, fu assalito dai briganti, bastonato e derubato dei bagagli. Celebre è la frase che la tradizione mette in bocca a Napoleone al passaggio da Venera «Occhio ai bagagli e frustate i cavalli!» anche se non è per nulla vera e nasce da campanilismo e folklore. Altrettanto noto quanto infondato è il detto che a Venera i pianta i fasoi col s-ciòpo, seminano i fagioli con lo schioppo, per metterli al riparo dai furti!  Da documenti ufficiali del Lombardo Veneto, invece, risulta che “un certo Farlocco, della Veneta (immaginarsi se a Verona sapevano della Venera!) frazione di Sanguinetto, reo di gravi delitti” evase dal carcere di Verona nel dicembre del 1821, mentre nello stesso anno dalle regie carceri di Sanguinetto era evaso, assieme ad altri tre pericolosi detenuti, un giovane di 29 anni, detto Oleto, pure residente alla Venera. Nonostante il miglioramento della viabilità operata da Napoleone (a lui si devono i rettilinei della strada poi divenuta statale, ora regionale 10), l’economia di sussistenza e la miseria durano incontrastate fino alla metà del Novecento, quando la situazione, se possibile, peggiora con la seconda guerra. Mancando il lavoro, in qualche modo bisogna reagire: qualcuno arrischia qualche piccolo furto nelle campagne, pur di sopravvivere; qualche altro, nell’incertezza del dopoguerra, si dà al contrabbando di tabacco e in bicicletta arriva fino a Modena o Reggio, sempre con la paura di essere fermato, imprigionato e vedersi sequestrare la merce illecita, preziosa per la sopravvivenza della famiglia. E i finanzieri compiono ispezioni a sorpresa pure nelle abitazioni. “Vennero anche in casa mia – racconta Flavio Zuliani – proprio mentre il dott. Zaffani stava visitando mio fratello appena nato. Da grande uomo, comprensivo e saggio, non si mosse dalla camera fino a che i finanzieri se ne andarono a mani vuote: il tabacco era nascosto nella culla del fratellino e in un doppio fondo della scala in legno!” Qualche altro, negli anni ’50, parte per la Francia, per la campagna bieticola, mentre le donne vanno in Piemonte a fare le mondine: sono lavori faticosi, lontani dalla famiglia, che non risolvono la situazione ma permettono di tirare avanti. Le cose cambiano col boom economico, quando molti contadini si trasformano in artigiani del mobile d’arte e in breve tempo si passa all’economia industriale e postindustriale. Anche l’artigianato di servizio trae benefici dal nuovo clima economico: il sarto, il barista, il barbiere, gli alimentaristi vedono incrementare le entrate perché qualche soldo in più gira anche alla Venera. venera chiesaAlla fine degli anni ’50 si costituisce la parrocchia: il fatto interessa molto anche chi non frequenta la chiesa perché rappresenta un riconoscimento giuridico della comunità. E allora è un fervore di iniziative per la costruzione della nuova struttura, con il comitato apposito che si dà molto da fare, mentre l’edificio delle nuove scuole elementari è il riconoscimento dell’autorità amministrativa che rappresenta lo Stato. Simbolo entusiasmante del progresso è il taglio dei platani secolari che restringendo la strada sembravano soffocare la comunità. Venera, unita nella parrocchia attorno all’asilo infantile, alle nuove scuole elementari (fine anni ’60), rinsalda sempre più il forte senso di appartenenza e, alla fine degli anni ’80, ottiene anche il campo sportivo. L’orgoglio dei “venerati”, sempre fieri di tale appellativo, rafforza il senso di appartenenza e diffida dell’estraneo fino a che non lo abbia conosciuto bene, fino a che questi non si sia integrato completamente. E se qualche sconosciuto chiede notizie scatta il senso di difesa comunitario che nega ogni informazione, anche la più innocua. Lo stesso meccanismo, però, fa scattare la generosità verso chi è in difficoltà: l’esempio più bello si verifica sul finire della seconda guerra, quando un soldato americano viene soccorso e aiutato a ricongiungersi ai suoi, con la complicità di tutti, nonostante il grave rischio della vita per chi prestasse aiuto al nemico. Il senso identitario e comunitario si spinge tanto avanti che arriva a concepire, alla fine degli anni ’80, il disegno dell’unificazione sotto un solo comune, progetto poi fallito per le difficoltà oggettive e le lungaggini burocratiche. Oggi Venera da un punto di vista urbanistico è irriconoscibile rispetto a cinquant’anni fa. Peccato abbia perso i due monumenti storici più significativi: il Capitello e la Dogana. Il Capitello, con cui si allineava la facciata della chiesa iniziata ai primi del ’900, aveva il difetto di ostacolare la viabilità moderna e veloce, per cui fu demolito.

venera capitello e incompiuta chiesa

Il Capitello e l’incompiuta chiesa, poi demoliti

Forse la tecnica e le convinzioni attuali avrebbero trovato il modo di spostarlo e salvarlo. E la dogana, testimonianza di un’epoca tramontata, vide segnato il suo destino quando, in epoca napoleonica, fu realizzato il rettifilo che unisce la frazione al capoluogo. Con la nuova strada perse la sua ragion d’essere e la sua utilità, perché si venne a trovare a nord della statale e parallela alla stessa. Era logico che l’incuria e il tempo avessero la meglio e la cancellassero.

di Giuseppe Vaccari – da El Peagno marzo- aprile 2019

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