I segnali di Pasqua di tanti anni fa

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Per chi come me era ragazzino alla fine degli anni Cinquanta, primi anni Sessanta, le festività pasquali erano assai più importanti di quelle natalizie, certamente non per il contesto religioso, né tantomeno per quello consumistico, bensì essenzialmente pratico; si avvicinava la Primavera e con essa si poteva tornare a vivere per strada. Infatti, questa è forse una delle poche festività cristiane che non ha una data fissa, potendo essere “bassa” o “alta” (come quella di quest’anno), distinzione che per noi bambini non era semplice da decifrare, perciò eravamo attentissimi a riconoscere quei segnali che ci rivelavano il suo approssimarsi. E quali erano questi segnali? Innanzitutto il risveglio della natura con giornate più lunghe e finalmente, dopo un inverno rigido, perché allora gli inverni erano così, freddissimi, l’aria cominciava a riscaldarsi e in cielo si vedevano comparire le prime rondini.

uovo-pulcino-pasquaRicordo che all’avvicinarsi della Pasqua a scuola la maestra ci faceva disegnare dei “simboli” che potessero ricordare questa festività, e non so per quale motivo ma ogni anno disegnavo sempre la stessa cosa: un bel pulcino giallo che usciva da un uovo tutto bianco; più avanti capii che non ero portato per il disegno, in pagella avevo 6. I disegni venivano poi appesi sulle pareti della scuola. E ancora le decorazioni, fiori, rondini, pecorelle, uova, pulcini ecc… disegnate con cura e poi ritagliate da tutta la scolaresca che sarebbero servite per decorare le finestre della classe. E poi un altro segnale veniva da mia nonna paterna, quando assieme ad altri ragazzini mi ritrovavo per le strade, allora dove abitavo io in aperta campagna non c’era ancora l’asfalto, attaccavamo dietro alla bici la classica catena del fogolar, consegnatami da nonna Ida, perché andando su e giù da quella strada di ghiaia, diventasse lucidissima per avere il massimo del “premio”: uno o due uova, non di cioccolato (magari!) ma di gallina.pulire catene

Un altro segnale che ricordo era quello della “Settimana Santa”. Nella mia famiglia si viveva questo momento con un po’ di tristezza ma nello stesso tempo pieno di speranza, e ricorderò sempre le parole che mi diceva mia mamma: “l’è la settimana dove el Signor el more par tuti noialtri, par i nostri pecati…” e quando mi diceva questo il suo viso diventava molto triste, “però – e qua il viso cominciava ad illuminarsi – fra tri giorni El risusita e te lo capiré parché i sligarà le campane e ti iè sentiré sonar a festa”. Mia mamma era molto religiosa e non passava anno che non mi ricordasse questo. Dopo un Venerdì Santo dove a casa mia erano immancabili i “bigoli con la sardela” (si doveva mangiare di magro) e la mostarda piccante, arrivava il giorno più bello, era il giorno di Pasqua, dopo una Quaresima all’insegna del digiuno, vuoi per tradizione o per “cause di forza maggiore” la tavola si arricchiva di molte cose buone da mangiare, compreso un piccolo uovo di cioccolato con tanto di sorpresa.

Al mattino quando mi alzavo dopo essermi lavato e vestìo a festa per andare a messa, a mia mamma facevo la classica domanda di cui sapevo già la risposta: “Mama, sa se magna ancò?” E lei mi rispondeva sempre con un bel sorriso: “Cossa voto che se magna … Alleluia, alleluia, le paparele le se muia… l’è la tradizion…” le classiche tagliatelle in brodo il giorno di Pasqua erano immancabili. Il giorno successivo, anche in quei tempi, era prevista la classica “scampagnada del luni de pasqueta” in compagnia, naturalmente tempo permettendo.

Bei tempi, bei ricordi, momenti indimenticabili che purtroppo non ritorneranno più, ma anche se sono un po’ sbiaditi dal tempo, sono sempre ben vivi in me. Buona Pasqua a tutti

di Claudio Bertolini – La Rana, marzo 2019

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