La “costumaia” sta sparendo

Il XXI secolo sta velocemente consumando per intero la sua seconda decade e, accanto alle innumerevoli mutazioni sociali che interessano le giovani generazioni, annotiamo anche il declino dell’abitudine di identificare i compaesani col nome di costumaia, cioè con il soprannome o nomignolo col quale si identificava una famiglia, specie se il cognome vero e proprio era molto diffuso in paese.

Costumaia” deriva da “costume”, nel senso di comportamento abituale di una persona, consuetudine, usanza collettiva …, insomma una caratteristica che denotava un individuo e che si estendeva ai componenti della famiglia. La nascita di un soprannome, sovente, si perde nel buio dei secoli. A volte, invece, è venuto fuori per caso, sul lavoro, per gioco, per battute scherzose, oppure per una parola ripetuta più spesso dal soggetto. Può bastare un semplice pretesto per suggerire la creazione di un nomignolo e, una volta affibbiato, sopravvive per generazioni.

Solo le persone più anziane, oggi, utilizzano ancora il nome di costumaia, qualche volta lo vediamo stampato tra parentesi sulle epigrafi o nelle fotografie d’epoca, ma sempre più raramente.

Cognomi molto diffusi come Patuzzo, si ripartiscono con le costumaie di “Bosi”, “Lendego”, “Moro Boso”, “Carabinier”; i Bissoli in “Cucari”, “Cimbin”, “Campalan”, “Gambareti”; i Cordioli in “Profughi”, “Valencia”, “Rho”.

PATUZZO Fam

I fratelli Patuzzo “carabinier”, figli di Silvio (1904) e Giuseppina Bertoni (1906)

Alcuni cognomi vengono semplicemente modificati con colorito dialettale, come nel caso dei Caucchioli, divenuti “Caucioi”. Per altri, invece, il rimando va al nome di uno dei componenti la famiglia (Batiston, da Battista, identifica un ramo della famiglia Padovani) o al lavoro del capofamiglia: “Scarpar”, “Scarparin”, “Caregar”, “Tole”, “Barbier”, “Roncoleta”, “Pastin” (mediatore), “Bareta” (proprietario terriero). Altri ancora venivano identificati per le abitudini di uno dei componenti la famiglia, come nel caso di Favalli “cacial” perché andava a “caccia di nidi d’uccelli”, oppure i Belbeloti per la loro andatura rallentata.

Un po’ più pesanti da portare erano le costumaie che si riferivano a caratteristiche fisiche o comportamentali di uno dei componenti la famiglia: “Papazin” (buono, gioviale), “Petara” e “Patain” (per chi portava i pantaloni a vita bassa a causa di una pancia prominente), ma anche “Cula”, “Bega” o “Gnoca”, di cui ci asteniamo dal dare una definizione! Se poteva essere abbastanza accettabile essere figli o nipoti di “Bepi Barloca”, specialmente nel lungo periodo delle amministrazioni democristiane, un po’ più difficile era rassegnarsi ad essere identificati come i discendenti di “Piero Catìo”, anche perché alla lunga si correva il rischio di diventare cattivi veramente.

Che lo si voglia o no, la costumaia fa parte del patrimonio culturale di una comunità ed esprime simpaticamente l’anima popolare più schietta, più vera e più fantasiosa della gente di Bovolone.

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