Il problema di certi ragazzi è di non avere problemi

di FRANCESCO ALBERONI

ragazzi e ragazze in festa

La mente umana è stata creata per risolvere problemi, per superare ostacoli, difficoltà, situazioni impreviste, pericoli. Per migliorare la vita.

Un problema è, per sua natura, discontinuo. Ci si presenta davanti all’improvviso o nel momento in cui decidiamo di affrontarlo. Allora dobbiamo concentrare tutte le nostre risorse intellettuali ed emotive, resistere alla tentazione di abbandonare la partita, combattere contro noi stessi e contro l’ostacolo finché non abbiamo vinto. Risolvendolo, tutta l’energia accumulata si scarica e abbiamo una esperienza di gioia trionfante.

Non c’è molta differenza fra un problema intellettuale e uno fisico come vincere una corsa, una regata, scalare una montagna. Occorre sempre concentrazione, riflessione, intelligenza, sforzo, tensione. Ed ogni volta, quando superiamo la prova, sentiamo di aver compiuto qualcosa di importante, e di avere un merito, un valore.

E così anche l’amore. Noi ci innamoriamo, desideriamo disperatamente una certa persona, le facciamo la corte, cerchiamo in ogni modo di capirla, di piacerle, affrontiamo tutte le difficoltà in un eccitamento parossistico, finché non raggiungiamo la nostra meta, trionfanti, appagati. Sono i problemi che scandiscono la discontinuità della nostra vita: il viaggio, l’intrapresa, la lotta, il matrimonio, la nascita dei figli. Ma anche semplicemente la realizzazione di un lavoro. Sono loro che danno un senso alle nostre azioni e ci fanno provare l’esperienza del fallimento o della compiutezza.

L’essere umano ha perciò bisogno di problemi, di sfide, per il suo ritmo vitale. Se non gli si presentano, se ne costruisce lui di inutili, di sciocche. Si perde in fantasticherie, in azioni distruttive, o si ripiega su se stesso in modo ipocondriaco.

Una delle punizioni più terribili è lasciarlo chiuso in una stanza, da solo, senza stimoli. Perché allora la sua mente e il suo corpo sbattono come impazziti contro le pareti del niente che la rinserrano.

Per lo stesso motivo il lavoro dell’operaio nella catena di montaggio è estremamente pesante. Perché deve ripetere in modo monotono gli stessi gesti, senza bisogno di pensare.

La vita del contadino era più faticosa, ma più stimolante … Doveva programmare le sue azioni, affrontare gli imprevisti che gli poneva la natura. Decidere quando arare, quando seminare, quando mietere, scrutare il cielo per salvare la sua vendemmia. Doveva saper organizzare il suo lavoro e quello degli altri. E saper tagliare i rami di un albero, fare un innesto, costruire un canestro, filare.

Per non distruggere questo meccanismo vitale, bisogna che i ragazzi imparino presto ad affrontare gli ostacoli. È sbagliato ridurre i programmi, rendere leggera la scuola. Quando i professori non gli pongono problemi stimolanti, quando non lo costringono ad essere creativo, quando non impegnano la sua intelligenza e il suo cuore, il ragazzo si indebolisce e pensa solo alle canzoni, alle vacanze o si perde in chiacchiere con i suoi coetanei.

Proprio poiché la sua mente ha bisogno di stimoli intensi, di problemi, di tensioni e di soddisfazioni violente, finisce per cercare un eccitamento qualsiasi nel ritmo ossessionante di una discoteca. Scarica le sue potenzialità in eccesso nel movimento frenetico, imbottito di ecstasy.

 

tratto da “Corriere della Sera” 22 novembre 1999

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