L’ozio invernale del contadino

Dalla notte dei tempi per i contadini i mesi invernali risultano essere un periodo di calma. Un “ozio relativo”, comunque, perché bisogna programmare e predisporre tutto quello che servirà per affrontare la nuova annata agraria e rimettere in sesto le attrezzature usurate dal duro lavoro.

L’annuale Fiera Agricola di San Biagio a Bovolone cade proprio in questo periodo di pianificazione, proprio per valutare l’opportunità di avvalersi di nuovi strumenti e macchine per l’agricoltura, secondo la logica, mai abbandonata dal contadino, della relazione tra costi e benefici.

cestaioUn tempo, quando la meccanizzazione non aveva ancora fatto irruzione in campagna, nei mesi invernali il contadino, esentato dal lavoro della terra ghiacciata e spesso ricoperta di neve, si dedicava alla fabbricazione e al ripristino degli umili attrezzi: dai manici dei badili, ai denti dei rastrelli, dai finimenti del bestiame alle zeste (ceste). Lavorare quest’ultime era una vera e propria arte. Dopo la potatura invernale dei salici, si sceglievano le strope, i rami sottili della pianta che non ancora essiccati sono flessibili e malleabili, e si intrecciavano corghi e corghine per rinserrare chiocce e pulcini, zestoni da ua, zeste par le panoce, zestelini rotondi e bislonghi col manico e senza, si impagliavano le damigiane e i fiaschi di vino. Le strope, una volta secche, si irrigidiscono e rendono veramente solido e resistente il contenitore costruito.

Le lunghe e gelide serate venivano trascorse perlopiù nella stalla, resa accogliente dal calore dei bovini, anche se umida e maleodorante, e si faceva filò, l’usanza sicuramente più caratteristica della nostra tradizione, che ci ha permesso di accedere alla “letteratura degli analfabeti”, come la definì Dino Coltro, una scuola senza banchi dove i giovani imparavano dagli adulti, una biblioteca della memoria collettiva di una comunità.

far filòAl chiaror della lucerna si recitava il Rosario, si lavorava la lana, si ricamava la dote, si faceva il burro scuotendo ritmicamente la panna del latte, si riassestavano o si costruivano attrezzi, mobilia e suppellettili, e gli anziani contafole, con la pipa in bocca o il toscano, raccontavano ai bambini storie che talvolta sfioravano l’inverosimile, con apparizioni di santi o fantasmi o demoni, dando sfogo alla spontaneità della loro fantasia, lasciando i piccoli uditori a bocca aperta e il cuore in subbuglio. I contafole erano analfabeti, ma possedevano una grande memoria e capacità teatrale di raccontare. Ogni volta la narrazione veniva rinnovata con varianti, che avevano spesso riferimenti con la realtà e il mondo circostante, tanto da renderle ancora più “vere”.

filo in stallaIn questo ambiente che raccoglieva più famiglie della corte o della contrada si aggregavano anche i butei, i giovanotti, che avevano adocchiato qualche ragazza, i quali, intimoriti dall’occhio vigile del vecio, riuscivano ad avvicinare le signorine solamente con qualche sfuggevole sguardo. Altri tempi!

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