L’incontro con i fratelli Flavio e Gedeone Corrà

 

flli corrà

Gedeone e Flavio Corrà

Testimonianza di don Angelo Siviero

Quel giorno, novembre 1944, c’era una gran nebbia. Don Cavaliere, parroco di Tarmassia, è arrivato in bicicletta a Bovolone e quando mi incontrò è scoppiato a piangere, annunciandomi l’arresto dei fratelli Corrà che, come giovani dell’Azione Cattolica, appartenevano ad un gruppo di resistenza, operante in collegamento con le Forze alleate contro il nazismo-fascismo.

Molti parroci del resto collaboravano con i gruppi di Resistenza nazionale, rischiando la vita.

Don Cavaliere mi disse: “Don Angelo, io non posso andare in caserma, devo sparire, pena l’arresto per complicità. Ti prego di andare alla caserma dei carabinieri di Isola della Scala. C’è già un accordo, ti permetteranno di incontrare i fratelli Corrà ai quali è stato concesso la visita di un sacerdote per la confessione su loro richiesta. Vai con il preciso pretesto di essere stato chiamato da loro.

Andai in caserma, mi hanno fatto entrare in una stanzetta ove c’erano carabinieri e soldati tedeschi.

Ho visto i fratelli Corrà, pallidissimi; ho provato una stretta forte al cuore. Non li conoscevo personalmente, ma senza esitare, in latino e ripetutamente, mi dissero: “Avverti subito…”, facendomi scivolare in mano un bigliettino con dei nomi; ho iniziato la confessione: non avevano bisogno di confessarsi, erano di una bontà infinita. Compresi che la loro unica preoccupazione era di salvare i loro amici. Dopo un abbraccio forte, tornato subito in bicicletta a Bovolone, era ormai buio, con l’altro curato Don Brugnoli, corsi ad avvisare le sette persone indicate.

Completammo il giro entro le tre del mattino, rischiando di essere catturati. Il giro è stato complicato perché due nomi scritti non erano chiari e sfortunatamente non siamo riusciti ad individuarli. Comunque, cinque hanno fatto in tempo a scappare.

Prima del mattino, i tedeschi si presentarono a casa di tutti. Purtroppo due, quelli dei nomi non chiari, vennero arrestati; anche loro moriranno a Flossembürg con i Corrà.

Inoltre, purtroppo, la moglie di uno, convinta dell’innocenza del marito, in cambio di una promessa dai tedeschi che sarebbe stato liberato in caso di cattura, aveva fatto trapelare che io avrei potuto conoscere il capo dei “resistenti”.

Due giorni dopo, quattro militari tedeschi, la signora suddetta e l’interprete, comparirono improvvisamente in canonica. Pretendevano da me l’aiuto a trovare il capo. Per fortuna conoscevo l’interprete, un giovane cattolico austriaco che era venuto a confessarsi a Bovolone.

Un attimo prima che cominciassero l’interrogatorio, mi disse in latino “Nega semper”. Il confronto, protrattosi per tre quarti d’ora, si dimostrò disperato: loro accuse inesistenti, io a negarle, quasi una tortura.

Devo la vita alla Madonna e al giovane interprete che alla sera venne in canonica per dirmi che la salvezza aveva del miracoloso, ma che avevo risposto con astuzia.

Quello che è successo dopo è facile intuirlo: la tragedia dei morti di Flossembürg è attutita dalla avvenuta salvezza di alcuni e dal perdono di don Angelo alla signora accusatrice per convenienza; del resto essa ha pagato di persona la sua incredulità: suo marito, non più scappato, è stato anche lui deportato a Flossembürg ove è morto con gli altri.

flossemburg

Il campo di concentramento di Flossemburg

da “Don Angelo Siviero. A cento anni dalla nascita” – Parrocchia Ss. Pietro e Paolo Apostoli di S. Pietro di Morubio – Corradin Editori, 2016

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