Il pranzo di Natale dei nostri veci

Natale e Pasqua restano sempre le feste più grandi della cristianità e, a maggior ragione, lo erano anche un tempo, quando la devozione era più sentita e praticata da tutti. In ogni casa, per il giorno di Natale, ci si ritrovava a tavola con un pranzo speciale.

Le famiglie più povere si preparavano con largo anticipo al fatidico giorno in cui, finalmente, non avrebbero digiunato. Andavano a spigolare la legna per l’inverno e a chiedere la carità di casa in casa. Molto spesso si trattava di solidarietà tra poveri, interpretata come un mezzo per guadagnarsi il Paradiso (la carità l’è la prima catà dopo la morte). Fatto sta che a Natale tutti potevano permettersi un pasto fuori dal comune: un pranzo da siori!

Innanzitutto sulla tavola c’era il pane fresco di farina bianca, fatto in casa, e qualche ciambella impastata con l’uva appassita. Come primo piatto la parona de casa proponeva le paparele in brodo coi fegadini; attenzione, non sono le pappardelle, bensì dei tagliolini molto sottili con brodo di gallina e fegatini di pollo. Il bello di quella giornata era che il pranzo non finiva lì, c’era pure un secondo piatto dove la tradizione imponeva di proporre la carne del maiale, sacrificato solo qualche settimana prima. In particolare per il pranzo di Natale si trattava dell’osso magòn, l’ossocollo, preparato con la carne che sta intorno all’osso del collo del maiale, oppure il classico lesso (manzo, pollo, lingua e cotechino) con la pearà.lesso e pearà Mangiare “di grasso” significava far festa ed era di augurio per una buona vita. Il pito (tacchino), invece, era un bocon da siori, riservato alle tavole delle famiglie più ricche, quelle dei padroni.

Per chiudere il pranzo in bellezza non poteva mancare il dolce. Poteva bastare anche un semplice fogazin o una brazadela (ciambella) con l’uva passa, ma se c’era la possibilità di realizzarlo si cuoceva il nadalin, preparato essenzialmente con fior di farina, uova e zucchero, al quale si conferiva la forma di stella a cinque punte. nadalinLa forma solare della ciambella e quella stellare del nadalin avevano il valore simbolico di celebrare la nascita di Cristo, ma derivano da una ritualità contadina precristiana che ricorda i saturnali dell’antica Roma, che avevano una scadenza calendariale a fine dicembre. E per un giorno si accantonava la graspìa, la prima ad esser bevuta dopo la vendemmia, e si intingeva il dolce nel vino novello. Che festa! Non per niente ancora oggi quando il pranzo è particolarmente ricco e si è soddisfatti esclamiamo “l’è come fusse Nadal!” (è come se fosse Natale).

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