Prefazione a “I Canti del mare”

di Mario Donadoni

donadoni caorle

Tutti nella vita aspiriamo al raggiungimento delle altitudini. È l’ansia di ogni uomo il salire. Ed è santo e immutabile scopo della vita.

E non è dal dolore ch’esce la pura bellezza delle cose? <L’usignolo, quando è triste: canta …>

Parte dei miei canti, germogliò dalla tristezza sotto il cui velo però vanno sbocciando le gemme della forza, del pensiero, del superamento interiore.

Mi cullai un giorno, quando l’esuberanza era come un torrente senza sosta, mi cullai nell’ebbrezza lusinghiera della gloria.

Gloria? Ecco la fiamma che brucia e fa male. È giovanile illusione il possederla. Di poi, quando l’albero troppo rigoglioso si sfronda e si perfeziona, conscio delle diverse età e del mutato clima, sentimenti più nobili affiorano dall’anima che per più sapere, più è semplice; per più capire, più è umile.

Di tanto in tanto germogliano e si protendono rami nuovi dal vecchio tronco; dal tronco della tradizione che nell’evolversi dei tempi e delle forme ha dato e dà alla poesia ampiezza di respiro e libertà di slancio. Vorrei che la mia poesia fosse una piccola parte d’uno di questi rami, d’una di queste fronde. Una parte piccola necessaria a dar luce ad una parte più bella. Una piccola pietra necessaria alla costruzione del piedistallo su cui dovrà apparire il nuovo, atteso cantore.

Ma su tanto clamore d’opere, su tanto splendore, su tanta simultaneità di progresso, affiora, sgorga, la semplice ed umile poesia. Quella poesia che non ha l’esigenza del canto epico, quella poesia ch’è voce umana di passioni e di anèliti.

Sgorga. Cresce come il filo d’erba cresce sul ciglio del fosso o accanto le vestigia sacre del Foro, o sulla soglia del Tempio, o ai piedi d’una tomba, la poesia fluisce spontanea, rigogliosa; nasce dal sentimento del poeta che è anche uomo per riverberarsi nel sentimento dell’uomo che è anche poeta.

È qualche cosa di distinto la forma dal contenuto? Il fantasma poetico, che nasce dal sentimento e del sentimento, calore e colore della vita, si nutre, non ha bisogno di un’ulteriore facoltà spirituale, per esprimersi, dopo la sua apparizione prodigiosa nell’anima del poeta?

Credo di sì. Ogni uomo normale sente il bello, perché è questo un senso dell’anima umana. Ogni uomo normale può concepire, anzi in qualche contingenza della vita concepisce un fantasma artistico, sente agitarsi dentro di sé nuove armonie. E perché ogni uomo non è un artista? Gli è perché non tutti gli uomini sanno e possono esternare quello che interiormente chiaro o confuso sentono. Gli è perché non tutti gli uomini sanno e possono vedere e con ciò afferrare quel fantasma. E’ l’intelligenza del fantasma che manca alla comune degli uomini; intelligenza del fantasma che non essendo di tutti, porta di conseguenza che non tutti gli uomini siano artisti.

I sentimenti si scaldano e si maturano al focolare dell’intelligenza che dà loro sviluppo, consistenza e forma. L’anima è la radice. L’intelligenza è il fiore. L’atto umano traverso cui s’esprime la qualità del sentimento è il frutto gonfio di sapore, ricco di carne, turgido di promesse.

Ogni uomo si costruisce il suo avvenire. Non è una predestinazione. È la vittoria umana sullo sforzo umano.

Da tale principio si sviluppano tutte le risorse ìnsite nella natura dell’individuo, ed a poco a poco si innalzano, s’irrobustiscono e tentano sovrastare il contrastato orizzonte del mondo.

Ho sentito ed ho scritto con semplicità. Ho inteso la poesia come uno slancio verso le vette della serenità, come uno sfogo tra le sofferenze, come una dolce e lontana eco di religiosità verso le spontanee manifestazioni del sentimento. Nient’altro.

Mi urtano certe espressioni poetiche della modernità. Di quella modernità che è follia d’arrivismo, tossico che avvelena le belle espressioni della mente e dell’anima di chi è nato poeta.

È logico e necessario accostare la poesia alle esigenze della modernità. Ma deve e dovrà poi essere sempre poesia.

Caorle – Venezia, 21 Gennaio 1939-XVII

donadoni recita

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