Se tornassi indietro, non farei niente di diverso da quello che ho fatto

L’intervista a Concetta Fiorio “Bernardina”, partigiana, di Roberta Gaspari (1996), viene riportata integralmente per non dispendere neanche un briciolo dei valori di pace, libertà, democrazia e giustizia che traspaiono dalle parole della memoria.

Che bella vita ho fatto da piccola! Avevo la cavallina nera, c’erano tutti campi intorno a una villa grandissima. Abitavo a Bovolone con la mia famiglia, ma poi siamo venuti a Verona. È stato un guaio per me e penso anche per i miei genitori, erano abituati in paese loro. Tutti gli volevano bene, perché mio papà era un tipo che apriva le porte a tutti, dava soldi a chi poteva, aiutava. Era un industriale, ma poi gli avevano confiscato tutto. L’era messo mal. Mia mamma era una donna speciale, un tesoro. Se uno stava male, lei ci andava.

Io sono uscita dal collegio nel ’43 per andare con loro. Stavo studiando alle “Seghetti”, dove ho fatto le magistrali. A Verona ho incontrato mio marito. Lui conosceva i miei fratelli, che erano più vecchi di me, e si è innamorato. Era ufficiale dell’esercito degli alpini, un uomo molto adatto a quel ruolo. Poi è partito per la Russia, perché doveva andarci. Ha fatto proprio la guerra di Russia e la famosa ritirata. Son tornati in pochi. Quei pochi son andati a Giulianova, erano feriti, congelati. Allora lui mi ha scritto che andassi a trovarlo, che non aveva fratelli, nessuno, e sono andata con mio papà. Arrivo là e a vedere ‘sta miseria, ‘sto omo ridotto in quelle condizioni m’è venuta una pena, insomma… Ci siamo sposati nella cappella dell’ospedale, c’erano tutti i militari, tutti gli ufficiali. Era il ’43. E dopo siamo venuti a Verona e siamo andati a Torri del Benaco. Lì c’erano degli amici carissimi che non avevano figli e la casa l’han data a noi perché stessimo via dai bombardamenti. Mio marito era in convalescenza quando è venuto il famoso 8 settembre ’43, non è che fosse proprio guarito. Era uno di quei temperamenti molto forti, un uomo di un’onestà incredibile e sono contenta e fiera di dirlo. Io sono rimasta a Torri, perché ormai ero incinta, lui era a Verona e ha cominciato a fare azioni. Era un gappista. Aveva i contatti con Radio Londra e quando Londra mandava armi o altro, era lui che andava a prenderle, insieme ad altri. Io andavo e venivo da Verona e lui mi diceva: “Sta attenta alla radio”, perché la radio ricetrasmittente non era a casa dei miei genitori, in via Anfiteatro, ma era in via San Pietro in Monastero, una strada che sbocca su via Rosa, vicino all’Adige. Lui ha fatto tantissime azioni e poi veniva su da me, a Torri, con Danilo Preto e Lorenzo Fava. Mi volevano un bene quei due ragazzi! Erano giovani, quasi come me. Mi raccontavano tutte le azioni. Io ho aiutato, nel senso che alle volte ho fatto la staffetta, sempre nei paesi intorno a Torri, verso il lago. Portavo dei messaggi che arrivavano da fuori, dalla ricetrasmittente, oppure da lui stesso, o soldi, o tutto quello che paracadutavano gli americani, gli inglesi; buttavano giù anche della roba da mangiare, perché non ce n’era, e vestiario, tutto quello che potevano. E bisognava portarlo ai partigiani.

carcere degli scalzi verona Un giorno mio marito mi dice: “Guarda che adesso facciamo questa azione”. Si riferiva all’assalto agli Scalzi, dove era rinchiuso un grande sindacalista, [Giovanni Roveda] che era in carcere da tanti anni e non si riusciva a liberarlo. È venuta giù da Torino la moglie di Roveda, a casa mia. L’idea era che la moglie andasse a prenderlo per portarlo in parlatorio, come se facesse una visita. Dopo lei sarebbe uscita e andata a casa di mia madre. Fanno questa azione e durante l’assalto restano feriti, perché sono scesi dalla macchina per spingerla, non riuscivano più a farla ripartire. ScalziVerona Mio marito, che guidava la macchina, si è preso due pallottole nel polmone, Danilo è morto dentro in macchina, l’han portato in ospedale ma era già morto, e Fava è quello che ho riconosciuto in prigione. Mio marito, ferito, viene portato a casa di Montignani e Omizzola, due amici medici. Montignani l’ha tenuto in casa e l’ha curato e guarito. Non appena guarito decide di lasciare quella casa – Montignani aveva cinque figli e non voleva metterli in pericolo – e di spostarsi a Brescia, a casa di un avvocato senza figli. Resta là e non sa più niente di me, non ha mai saputo che io ero in prigione. Infatti, siccome volevano prenderlo a tutti i costi, han detto: “Prendiamo sua moglie che è incinta”. Son venuti a Torri spacciandosi per dei partigiani, erano tedeschi e italiani. Mi hanno detto: “Adesso la portiamo a Verona”. “Come? No!”, dico io, “in Svizzera si va, mica a Verona”. Perché i miei partigiani dovevano venire a prendermi per portarmi in Svizzera e credevo fossero loro. Infatti, si erano spacciati per partigiani perché non volevano che il paese sapesse che avevano preso una donna incinta. Allora vado giù e cosa trovo? Tre seduti dietro in macchina, due davanti e io in mezzo a tutti. Lì ‘sta gente comincia a interogarme: “E suo marito dov’è?”. “Ma come”, dico, “non sapete dov’è se siete dei partigiani?”. “No, non lo sappiamo”. Così ho capito che erano loro. Allora ho detto: “Io sono arrivata a Verona, adesso scendo”. “No signora, lei non scende: viene via con noi”.

casermette montorio Mi avevano portato alle Casermette di Montorio, una costruzione antichissima, povera, fatta a L. Noi donne eravamo in un’ala della casa e oltre c’era un fossato. Là sembrava che la vita continuasse, che fosse bello, tutto fioriva. Cominciano a interrogarmi: “Ma lei signora, come faceva ad avere notizie di suo marito, abbiamo trovato uno scritto”. Era vero. Lui scriveva: “Sta tranquilla, che tutto va bene”. Sta tranquilla!? Allora ho detto: “Eh, sa, mio marito aveva deciso che venisse un uomo tutte le sere lì vicino a casa mia, così io dovevo andare tutte le sere a vedere se veniva”. “Bene, ce lo descriva”. E io ho descritto uno di quelli che erano venuti a prendermi, impermeabile e tutto, proprio uno di loro. Intanto hanno fatto venire mio padre, mia madre, mio fratello la stessa sera. Mio fratello aveva sedici anni ed era anche lui coi partigiani, ma in un’altra associazione, perché voleva stare a casa. Allora lui, coraggiosissimo, mi fa: “Come va il bambino?” Io comincio un po’ ad agitarmi, a veder che erano lì anche i miei famigliari, perché sapevano tante cose, e dico: “Cosa volete che c’entrino loro, non c’entrano niente”. Mi interrogano usando i nerbi di bue, ho ancora i segni. Come si fa… una donna incinta!? Mi hanno detto: “Suo marito dobbiamo prenderlo a tutti i costi, se scappa via non lo troveremo mai”. Infatti non l’hanno mai visto, loro. Intanto io finisco questo interrogatorio incredibile, coi miei familiari trattenuti a loro volta: mio padre e mio fratello nel lato dove c’erano gli uomini e io qua. Mia madre no, per fortuna, perché aveva il diabete e l’angina pectoris.

Tutte le mattine venivano a dire il nome di quelle che sarebbero partite per andare in Germania. Le donne, poverine, erano lì chi per aver tenuto in casa un inglese, un’altra perché magari faceva un po’ la “stupida” coi partigiani… Non c’erano delle imputazioni gravi, non avevano ucciso o fatto chissacché. Più che altro portar da mangiare a quelli che, poarini, erano senza niente. Una di loro l’han tenuta legata al palo tutta una notte, perché sembrava che fosse una poco di buono. Poverine! Eravamo unite come fossimo sorelle. I giorni in cui qualcuna delle nostre partiva per la Germania, mamma mia che piangere, che dispiacere, che baci, una cosa tremenda! Ormai non si trattava più di una guerra, era tortura e basta, erano contenti di torturare.

Un giorno arriva padre Ermenegildo, un frate, che mi porta di nascosto una lettera di Fava, dove mi scrive: “Coraggio, ti prego, fallo per noi. Ti vogliamo tanto bene e tu lo sai”. Perché questo bambino lo aspettavano anche loro. E allora dico: “Io farò tutto quello che volete”. Questa lettera mi ha molto rincuorata e dato coraggio, perché ero molto giovane anch’io. Una volta m’han messo a confronto con Fava e lui ha fatto finta di non conoscermi, quando invece veniva tutte le settimane da me sul lago. Una mattina Fava viene portato lì da noi a salutare suo padre, che era stato messo dentro dalla parte degli uomini. Io ero seduta su una pietra a lato del fossato, durante l’ora di uscita che mi lasciavano grazie a don Chiot. Ogni tanto lo guardavano e lui doveva fingere di non conoscermi. Saluta il padre e gli dice: “Sai papà, mi cambiano di prigione”. E andando via, guardando fisso me e suo padre, fa il saluto militare. Lui sapeva che andava a morire, ma nessuno di noi lo sapeva, neanche suo padre. Il saluto militare… non l’abbiamo più visto! Dopo abbiamo saputo che è stato ucciso quella mattina, proprio quella mattina. lorenzo fava Intanto don Chiot comincia a interessarsi al mio parto. “L’ha passà i nove mesi ’sta donna, el deve nasser el fiol”. E dove lo faccio nascere, in mezzo alle donne? Per terra? Dormendo per terra lì su un pagliericcio? Non posso. Tutto sì, ma non quello. Diciotto anni sono pochi, se fossi stata più vecchia, magari, avrei reagito di più. Ma sono stata brava – mi dicono – non ho mai ceduto. Sapevo dove era mio marito ma non ho mai parlato. E allora mi hanno portata fuori.

Ero alle Casermette dal 1° agosto, perché Fava aveva nascosto tutto ma aveva lasciato un diario e a causa di quello hanno trovato tutti. Succede che mi lasciano uscire dalla prigione, perché don Chiot fa da garante e mi porta a casa, perché ormai mancava poco al parto. Avvisa i fascisti: “Adesso la porto a casa a prendere la roba del bambino e poi la porto a Tregnago [in ospedale]”, sempre sotto la sua responsabilità. Il giorno dopo i signori che abitano nella casa di mio fratello, in via San Pietro in Monastero, mi dicono: “Per carità venite a prendere tutta la roba”. C’era la radio ricetrasmittente. Mia cognata era sfollata e mio fratello era in Sicilia, già liberato, ed è rimasto là fino alla fine della guerra. Sicché la casa era vuota, ma eravamo responsabili se prendevano mia cognata. Arriva da noi la signora che abita sopra e dice: “Guardate che entro domani vengono i tedeschi a prendere alloggio, dunque voi dovete venire a portare via tutto, come facciamo se no?” Non c’era mio padre in quel momento, eravamo io e mia madre. Lei voleva seguirmi, ma aveva il diabete e mal di cuore. Allora mi sono messa un grande mantello, che ho visto lì attaccato, un mantello di gomma enorme, col cappuccio. Mi era venuto un coraggio tremendo, perché sapevo di dover salvare mia cognata, poverina, che aveva due figli. E noi stessi, perché saremmo stati presi tutti se trovavano ricetrasmittente, bombe, fucili, armi. Vado dunque in via Rosa e prendo la roba, un po’ alla volta. Ho fatto tre giri. Prima ho preso la radio, poi la bomba a orologeria. Tutte armi che aveva nascosto mio marito, perché andava là quando riceveva ordini, o ne dava lui, e nessuno l’aveva scoperto. Allora prendo la radio ricetrasmittente e nell’altra mano la bomba, vado giù e cosa vedo? C’erano due fascisti che piantonavano lì dietro, doveva esserci una caserma. E io sono passata con una spavalderia! Non si vedeva che ero incinta, perché ero coperta. Pensa che roba: ho fatto tre passeggiate così, tre! Per portare tutto giù nell’Adige. Saltavo al ponte Garibaldi, andavo a destra giù per una scaletta e buttavo tutto dentro. E il giorno dopo sono andata a mettere al mondo mio figlio! Era il 28 ottobre, l’anniversario della Marcia su Roma dei fascisti. Viene don Chiot e gli racconto questa cosa. “Sei matta!” m’ha detto. Ma come facevo? Ci andava di mezzo mia cognata con due bambini. Insomma, l’ho fatto. Poi sono andata in ospedale a Tregnago. Là mi piantonavano. Pensavano che mio marito venisse e invece lui non sapeva niente, non sapeva tutte le peripezie che mi erano successe. Nasce il bambino. Era una meraviglia, aveva la pelle che sembrava avesse la luce dentro. Si è sparsa la voce e tutti venivano a vedere ’sta creatura. Fra le donne del paese si era sparsa la voce e mi portavano le castagne, i dolcetti di castagna, e a quello che mi piantonava dicevano di andare “dalla madonna col bambino!”. Mio figlio, in seguito ai maltrattamenti subiti, è nato cerebroleso.

Dopo la nascita del bambino sono andata a casa di mia mamma. Un giorno la mamma dice: “Adesso mi vesto e vado a prendere mio figlio e mio marito”. Io dico: “Mama, si i te tien dentro anca tì, cosa fago mì?” Ma insomma è andata là, con una faccia tosta… Sapeva che ormai stava finendo la guerra, e che loro l’avevano persa. La ghe dise: “Se voi mi lasciate mio figlio e mio marito, che ormai la guerra sta finendo…”, ha fatto capire, “io vi aiuterò dopo”. Pensa che coraggio! E allora li han lasciati uscire. È venuta a casa con tutti e due.

Dopo la guerra noi eravamo a Torri. Ho ripreso a studiare alle “Seghetti” e ho fatto l’esame come privatista. Mio marito intanto era partito per l’America, dunque ero sola. Nel ’47 sono diventata maestra, adoravo quella professione. Finita la guerra gli altri si sono impossessati di tante cose. I nostri, invece, erano purissimi, dei veri gentiluomini, uomini d’onore. Erano degli eroi, con quel sorriso, quell’audacia, quel coraggio! Sprezzanti del pericolo. Ero incantata a guardarli per le cose che facevano. C’era moltissima solidarietà in quegli anni, ci si aiutava con entusiasmo, sentendosi appagati dentro. Ho visto le cose più belle della vita. Lo facevamo per un ideale e perché non si poteva resistere sapendo che [i nazifascisti] facevano tutte quelle cose orrende. Se tornassi indietro, se mi trovassi in quella situazione, non farei niente di diverso da quello che ho fatto.

intervista tratta dal volume “Voci di partigiane venete”, a cura di Maria Teresa Sega, Cierre Edizioni

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