Mario Giampaoli, controversa figura dell’operaismo nel Ventennio fascista

Nell’ambito delle ricerche effettuate per ricordare le persone della Pianura Veronese che hanno combattuto la Grande Guerra, ci siamo imbattuti nella figura di questo personaggio molto discusso, che da Bovolone, suo paese natale, è diventato uno degli esponenti di spicco del Fascismo del primo periodo.

Mario GiampaoliMario Giampaoli, nato a Bovolone il 26 aprile 1893, frequenta le scuole locali e la scuola tecnica, senza conseguire il diploma. A 19 anni si trasferisce a Milano e trova impiego prima come garzone, poi come fattorino telegrafico presso l’Unione sindacale. Ben presto inizia a frequentare l’ambiente sovversivo milanese e si iscrive alla Federazione giovanile sindacalista rivoluzionaria. Viene più volte arrestato perché sorpreso ad affiggere manifesti, ma compie pure una rapina ai danni di un’anziana signora, per la quale sconta otto mesi di carcere.

Da principio antimilitarista, nel settembre 1914 passa su posizioni interventiste e si arruola nella legione dei volontari garibaldini di Ricciotti Garibaldi, partecipando ai combattimenti sul fronte delle Argonne. All’entrata in guerra dell’Italia si arruola come volontario nel battaglione ciclisti e viene inviato al fronte il 24 luglio 1915. Negli ultimi mesi di guerra, diviene mitragliere della 6^ Squadriglia Caproni. Il 27 ottobre 1918, partito da Tombetta (Verona) con altri 5 velivoli per un bombardamento su Vittorio Veneto durante lo sfondamento italiano, Giampaoli si rende protagonista di un episodio che gli varrà la Medaglia d’Argento al Valor Militare: a causa di un guasto del lanciabombe, si toglie i guanti per sganciarle tutte, sino all’ultima, procurandosi un congelamento alle mani. Ricoverato, dimesso e congedato nel gennaio 1919.

Trova un impiego come custode al giornale “Popolo d’Italia” e il 23 marzo è anch’esso a piazza S. Sepolcro tra i fondatori del movimento dei Fasci di combattimento, ma a causa dei suoi trascorsi giudiziari i dirigenti fascisti decidono di allontanarlo dal comitato centrale. Ciò nonostante è accompagnatore segreto e guardia del corpo di Benito Mussolini, quando questi si reca a Fiume da D’Annunzio.

Nel 1921 Giampaoli viene nominato segretario amministrativo del Fascio milanese di combattimento, vicesegretario politico nel marzo 1923 e segretario con il congresso del dicembre successivo. Nel 1924 diventa proprietario e direttore della rivista “1919. Rassegna della vecchia guardia fascista”.

Il suo “operaismo” lo porta ad essere sempre dalla parte degli operai e pertanto in conflitto con vasti settori della borghesia imprenditoriale milanese. Viene considerato un sindacalista fascista rivoluzionario e dissidente, rispettato anche nei quartieri più “rossi” e malfamati, dove si aggirava anche di notte, senza scorta, con la sua caratteristica cravatta nera svolazzante, presto diventata una moda, “alla giampaolina”.

Un personaggio scomodo, ostile sia alla finanza bancaria ed industriale milanese, sia alle lotte di potere tra Arnaldo Mussolini e Farinacci; questi ultimi gli imputano soprattutto il fatto di essere troppo tollerante o di non saper adeguatamente controllare le violenze a cui lo squadrismo milanese si abbandonava con allarmante frequenza. Alcune voci lo vogliono, inoltre, assiduo frequentatore dei tavoli da gioco e amico di elementi maschili e femminili di dubbia reputazione.

Nel dicembre del 1928 viene indotto a rassegnare le dimissioni da tutte le cariche che ricopriva nel fascismo lombardo e gli si ordina di chiudere la rivista da lui diretta. Altra causa del suo defenestramento, la volontà di costituire a Milano i “gruppi aziendali” per combattere, scriverà al Duce, “l’impressione della decurtazione delle paghe”. Questo suo populismo viene mal interpretato dagli imprenditori milanesi, i quali appoggiano l’epurazione inferta dal vicesegretario nazionale Starace.

Inizia così l’inarrestabile declino politico di Giampaoli che nel 1929 viene espulso dal PNF. L’anno seguente si trasferisce a Napoli, impiegato presso la società petrolifera Nafta, riprende gli studi e si laurea in giurisprudenza nel 1937. Si trasferisce a Roma ed apre uno studio legale che gli consente di raggiungere in breve una florida condizione economica.

Nel 1940, quando Starace viene allontanato dalla segreteria, viene riammesso nel PNF: siamo nel periodo immediatamente precedente l’entrata in guerra dell’Italia. Nell’agosto del ’43 viene arrestato e poi rilasciato. Aderisce alla Repubblica Sociale Italiana, ma muore prima della fine della guerra, pare di cancro nel 1944 in località imprecisata.

Con questo alito di mistero, scompare quest’uomo che, nonostante le alterne vicende all’interno del partito e alcune sue canagliate, è rimasto fedele al fascismo fino alla fine della sua vita, senza mai allontanarsi, però, dal popolo dei lavoratori.

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