Il chierichetto

chierichetti mons pezzoCorreva l’anno 1929 in Borgo S. Marco di Montagnana, mesi maggio, giugno, settembre. Mia mamma, donna di grande fede cattolica e fervente praticante, decise, avendone parlato prima con il nuovo cappellano, da qualche mese insediato alla parrocchia come subalterno al parroco don Selmin, avviarmi alla recita o servizio del chierichetto.

Il nuovo cappellano don Emilio Oreggio ben volentieri acconsentì (era anche giunto il momento di dare il cambio ad altri, ormai diventati anziani).

Così ci mise insieme in quattro: Italo (Bagigi), Bruno (Musa), Toni (Cache), Albino (Sechele), tutti della stessa età.

Il cappellano che aveva preso alloggio presso un’anziana signorina benestante, Rosa Nardi, ha voluto subito iniziare l’insegnamento. Ci convocava al pomeriggio due tre volte la settimana, e portandoci lungo i filari di vigne su e giù si recitavano in latino le risposte che si dovevano dare al celebrante.

Così passando i mesi, arrivammo al mese di settembre dove maturava anche l’uva. Molto buono don Emilio, che per tenerci più uniti e volonterosi, ogni settimana ci faceva la mancia con un ventino a testa.

Incomincia la scuola, e anche l’impegno del “cotacin”; tutte le mattine la mamma si alzava al suono dell’Ave Maria per accompagnarmi alla S. Messa aspettandomi sino alla fine.

C’è voluto qualche mese prima di prendere un po’ di confidenza col parroco, tanto era bravo, quanto burbero da incutere soggezione. Piero il sacrestano (papà de Toni) era tanto buono e bravo a seguirci nei primi periodi e a recitare con noi le risposte in latino del celebrante; brontolone, però, quando si giocava e rideva in sacrestia. Questo nostro servizio (riportato al giorno d’oggi) era molto impegnativo, tutte le mattine della settimana, la domenica poi con le sacre funzioni pomeridiane diventava doppio (meno male allora non c’erano ancora gran partite di calcio e televisioni che ci aspettano).

Ecco i nostri più salienti impegni: minimo tre giorni alla settimana al mattino venivano celebrate Messe, S. Uffizi, Funzioni cantate per i defunti su prenotazioni dei familiari; il coro era così composto: tenore drammatico Megnin (questo era una guardia di campi che viveva da solo su un capanno fatto di canne di granoturco sotto a dei filoni di vite); baritono Coche, vecchio sarto del paese, specialista di “tabari e braghe” (sì, perché quando i clienti gli portavano il tessuto per farsi un vestito intero – braghe, giacchetta e gilè – lui diceva subito: “No, questo tessuto el va ben solo par fare tabari o braghe” – evidentemente non era capace di fare le giacche e gilè). Come contorno di voci bianche c’eravamo noi cotacini. Durante queste funzioni cantate capitava qualche volta, o per indisposizioni, o per raffreddori o raucedini, dei cali di voce ed evidenti stonature; il parroco abbassava la testa, diveniva rosso come un peperone e sommessamente brontolava. Tenore e baritono avevano anche una matura età.

Matrimoni e battesimi

Questi ultimi erano molto frequenti in quell’epoca, e per noi cotacini erano una gran gioia (pensavamo solo alle laute mance che ne venivano dai compari); le prendeva per tutti e quattro Italo, il capo, che poi le divideva in pari quantità.

La Santa Pasqua

I quindici giorni che precedevano la Santa Pasqua erano per noi molto impegnativi: 40 ore (tre giorni) erano di adorazione in chiesa davanti all’altare maggiore; per ogni contrada o via del paese veniva scelto un capofamiglia, o chi per esso, a svolgere un’ora di adorazione.

Il cambio si svolgeva con un sacerdote e almeno due chierichetti accompagnati con un canto. Da qui si poteva dedurre l’impegno, anche se questo nostro sacrificio veniva compensato da ogni orante con una mancia, di cui qualcuna lauta – fatta dai grossi proprietari terrieri. Ne ricordo bene alcune più significative: il proprietario della latteria Gelain, dopo i 20 centesimi, ad ognuno diceva: “Venite stasera dopo le 7 con una scatola a torve la puina (ricotta)”; il fruttivendolo Mei e Marco Caregaro non davano soldi ma una manciata di bagigi, carobole e stracaganasce. Altre famiglie, grossi proprietari terrieri, Foscarin, Borghesan e Girlanda, ecc. lontane dal centro, ci invitavano ad andarci a prendere 2/3 uova a testa.

Insomma, tra merce in natura e mance in 5-10-20 schei si incassava un buon gruzzolo. Il Venerdì Santo e il Sabato mattina che precedeva la S. Pasqua c’era da preparare il fuoco benedetto, che veniva fatto fuori dalla chiesa sul piazzale; alcune famiglie che abitavano lontane dal centro 2/3 Km volevano si portasse a casa loro il fuoco benedetto; pertanto appena finita la funzione noi chierichetti uscivamo di corsa con la candela accesa per arrivare per primi, e cercavamo di arrivare dalle famiglie senza spegnerla, per considerarla veramente la benedetta. Ma, naturalmente, correndo si spegneva, e allora in tasca ci portavamo dei fiammiferi per poterla riaccendere prima di arrivare vicini alle case. Assieme alla candela portavamo una sportina o cestino per le uova che ci donavano, questa era l’usanza.

La paga dei cotacin

Il buono e generoso parroco, ma altrettanto burbero, ci faceva la paga due volte all’anno alla ricorrenza delle sagre: 25 aprile, S. Marco patrono del paese, e la prima domenica di ottobre. Nel pomeriggio dopo le sacre funzioni diceva: “Dopo vegnì a torve la paga”, così in fila davanti alla porta della canonica, ci faceva entrare uno alla volta; sul tavolo dell’ufficio aveva già preparato quattro mucchietti da 5 lire ciascuno e con voce quasi burbera ma interrotta da un grato sorriso, diceva: “Tira fora el fazoleto e meti drento i schei, e a casa subito e dargheli a to mama”.

“Grazie signor parroco” – e via di corsa.

Piero el campanaro

Nel suo modo di fare sembrava burbero con un vocione possente, ma quanto era buono d’animo con noi, ci trattava tutti e quattro come suoi figlioli (solo uno era veramente suo, Toni) e non faceva preferenze. All’inverno quando ci vedeva arrivare così presto pieni di freddo e ancora mezzi addormentati, ci aiutava a recitare la S. Messa, eppoi il vino santo (dolce) che avanzava nelle ampolle, una mattina uno e una mattina l’altro, ce lo dava da bere con una manciata di ritagli delle particole (sì, queste venivano fatte dalle sorelle del parroco nel forno della stufa). Piero aveva un piccolo vizietto. Proprio di fronte alla chiesa stavano due osterie, Caregaro e el Pianzi, e lui ne era molto affezionato – di certo non gli piaceva l’acqua.

Un altro ricordo. In una piccola casetta che sorgeva in piazza, nell’angolo della via che porta al cimitero e quindi a S. Salvaro, abitava un’anziana signora sola che si chiamava Linda. Questa teneva sempre pronte le braci accese, che servivano al momento delle benedizioni sacre e funerarie che noi cotacin di corsa andavamo a prendere. Alla domenica e negli altri giorni festivi, alla fine della prima messa, preparava bronzini di caffè caldo soprattutto per gli anziani, e li serviva abbondantemente con le scodelle; e per i buongustai aggiungeva anche grappa, di quella vera casalinga. Prezzo: solo caffè zinque schei, con grapa diese schei.

Sapete di che cosa era fatto? Con i fondi che le sorelle del parroco conservavano tutta la settimana; quando era scarso però ne aggiungeva del suo, fatto con le granele de ùa e che bon chel gera, specie d’inverno con la sisara e quando nevegava.

E così con questi significativi ricordi chiudo il mio scritto, con la certezza di avervi per pochi attimi riportati ai bei tempi della nostra adolescenza.

 

                                                                                          Albino Calonego

                                                                            classe 1923 – B.go S. Marco

 

(tratto da “La notizia” – anno 14 – n. 13 – 26 Agosto 1996 – pag. 6)

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