1866-2016 Anniversario dell’annessione del Veneto all’Italia

di Alberto Costantini da “il Basso Adige” – gennaio 2016

Nel 2011, in occasione del centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia, avevamo già osservato che, teoricamente, quei festeggiamenti avrebbero dovuto escludere noi veneti, in quanto il 17 marzo del 1861 eravamo ancora sudditi austriaci. Ora però siamo arrivati anche noi, sia pure con cinque anni di ritardo, alla fatidica ricorrenza dell’Annessione del Veneto all’Italia, e non mancheranno, credo, in questo 2016 le celebrazioni ufficiali, né mancheremo noi di ritornare ancora sull’argomento. Parleremo allora dell’Austria e dei Savoia, del Risorgimento veneto, dei giovani che fuggivano per arruolarsi con Garibaldi e di quelli, molto meno fortunati, che dovettero indossare la divisa austriaca e partire per il fronte settentrionale a combattere contro i prussiani, della vittoria/non vittoria dell’Italia a Custoza e Lissa, del plebiscito “bulgaro” che sancì l’unione del Veneto, delle speranze e delle delusioni successive.

statua-vittorio-emanuele-II

Inaugurazione a Verona della statua di Vittorio Emanuele II, collocata in piazza Bra nel 1883

 

Secondo me, però, questo 2016 sarebbe anche l’occasione buona per chiederci il senso e la direzione di questo lunghissimo rapporto intercorso fra di noi, intendendo noi veneti, e l’Italia. È sicuramente una storia vecchissima, che risale forse a 3000 anni or sono, quando i nostri antenati arrivarono in queste terre, o comunque quando iniziò a formarsi la primitiva identità veneta.

La domanda, senza che ci giriamo troppo attorno, potrebbe dunque essere questa: in che misura noi veneti siamo italiani? Sembra quasi una provocazione, che chiamerebbe legittimamente in causa fior di scrittori, musicisti, patrioti e farebbe rivoltare nella tomba i nostri caduti della Grande Guerra; ciò nondimeno, credo sia bene porsela, a scanso di equivoci. Perché se siamo italiani come tutti gli altri, l’ingresso delle truppe di Cialdini e Lamarmora fu un atto di liberazione; viceversa, se non lo siamo, quella sabauda del 1866 fu semplicemente l’ennesima invasione, non dissimile da quella napoleonica o dall’occupazione austriaca. Una domanda del genere, anche solo al tempo in cui frequentavo le medie e celebrammo il primo centenario, nel 1966, sarebbe parsa assurda, addirittura umoristica, ma da allora molte cose sono cambiate. E comunque, le domande non sono mai stupide; caso mai, rischiano di esserlo qualche volta le risposte, compresa la mia.

Dunque, a mio personalissimo modo di vedere, noi veneti siamo italiani, così come siamo europei, cristiani, umani. E questo è evidente. Tuttavia – ed anche questo non può essere messo in dubbio – lo siamo in un modo peculiare: diciamo che siamo abbastanza diversi da essere immediatamente distinguibili, e abbastanza simili da non considerarci reciprocamente estranei. In questo ci ha aiutato una storia assolutamente originale e alquanto bizzarra, che ho cercato di raccontare anche nei miei tre romanzi storici Il Principe delle Locuste, Lo Stradiotto e Sotto l’Aquila Bicipite, oltre naturalmente agli articoli con cui ho tediato i miei pazienti lettori de Il Basso Adige. È veramente un curioso destino, se ci pensiamo, che ogni qualvolta il Veneto ha elaborato una sua identità fatta di lingua, cultura, civiltà materiale e spirituale, divenendo una realtà a sé stante, unica e inimitabile, questo processo si sia interrotto, di solito per cause esterne. In altre parole, la nostra è la storia di una quasi-nazione, che nel momento decisivo è stata inglobata, per amore o per forza, in una realtà più vasta, modificando lentamente la sua identità, ma senza mai snaturarla completamente. Se non che, quando ormai i veneti sembrano essersi adattati e aver accettato questa loro nuova identità, ecco che un improvviso rovesciamento della storia li spinge, a volte li obbliga, a crearsi una loro struttura statale, a ritagliarsi una loro cultura specifica, a elaborare una loro lingua. Un’altalena continua, insomma, fra essere come gli altri ed essere qualcosa di diverso.

Qualche esempio? I veneti antichi, quelli che chiamiamo paleo-veneti, erano un popolo ben identificato già 600 anni prima di Cristo, per la religione che praticavano, per usi e costumi, soprattutto per la loro lingua, tanto che nessuno li avrebbe potuti confondere con i galli o gli etruschi, anche se ne assorbirono elementi e contributi, rielaborandoli in modo originale. Nel II secolo a. C. arriva Roma, e questi nostri antichissimi padri entrano pacificamente nel grande calderone dell’Impero romano. Insomma, diventano non “romani de Roma”, ma “romani del Veneto”. Quando, dopo più di quattro secoli, si sono abituati alla situazione, ecco che le invasioni barbariche rimescolano le carte e obbligano i profughi dalle diverse città veneto-romane a fondare Venezia. Questa straordinaria città anfibia, a sua volta, si sviluppa con una sua identità particolare unica e irripetibile, fatta di terra e acque, Bisanzio e romanità, proiettata verso il favoloso Oriente come pronta a scavalcare le Alpi. Da Venezia, per conquista militare e osmosi culturale, nasce il Veneto come lo conosciamo, un territorio-stato con una identità così forte che gli mancava tanto così per diventare a tutti gli effetti uno stato-nazione. A questo punto però arriva Napoleone, che spariglia tutto uniformando i veneti agli altri italiani, nel bene e nel male e con i costi terribili che questo comportò. L’idea di indipendenza rinasce effimera nel biennio 1848-49, durante la rivolta contro l’Austria, dopo la quale prevale la rassegnazione: chiunque comanderà nel Veneto, sarà comunque uno arrivato da fuori, più o meno simile, più o meno benevolo, ma comunque qualcun altro. Non è stato facile, infatti, per l’Italia post-unitaria assimilare i diversi popoli della Penisola, uniti per la prima volta dopo più di mille anni di separazione, ma lo stato moderno ha molte risorse: servizio militare, amministrazione pubblica, scuola di massa, poi radio e televisione, quindi le grandi migrazioni interne del secondo dopoguerra; infine, la pietra tombale di una irrevocabile integrazione europea.

Eppure, se la nostra è una fetta di storia, dobbiamo ricordare che la Storia con la “s” maiuscola non conosce punti di arrivo, ma solo di partenza, sviluppo, evoluzione, insomma cambiamento. Voglio dire che non abbiamo la più pallida idea di come sarà il Veneto che festeggerà il Capodanno del 2116. Magari sarà diventato un emirato arabo-musulmano con una minoranza più o meno rassegnata di indigeni cristiani. O il Land più meridionale del IV Reich. Magari sarà di nuovo uno stato indipendente, come la Slovacchia, la Slovenia o la Lettonia, chi lo sa? Magari invece non cambierà nulla, saremo perfettamente integrati nella realtà italiana ed europea e il 1 gennaio 2116 la televisione annuncerà che si è spenta l’ultima persona che conosceva la nostra lingua, così come oggi possiamo fantasticare che 2000 anni or sono sia morto l’ultimo vecchio sacerdote che ancora recitava le preghiere alla dea nazionale Reitia usando il venetico.

E qui ci fermiamo perché, a differenza del passato, il futuro è materia per politologi.

O per scrittori di fantascienza, dei quali tutto sommato mi fido di più.

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