Napoleone nella Bassa Veronese: liberatore o tiranno?

di Ulisse Scavazzini

La Rivoluzione Francese aveva provocato, con le sue riforme e con gli eccessi del Terrore, il timore degli Stati europei e delle monarchie assolute che li governavano.napoleone

La Francia, diventata repubblica, decide di prendere l’iniziativa anche sul fronte italiano contro il Regno del Piemonte e l’Austria. Nel Nord-Est c’è anche la Repubblica di Venezia, che, impreparata militarmente, rimane neutrale. All’epoca, Doge di Venezia è Ludovico Manin, un furlàn (veneziano di terraferma), il quale se ne sta nella sua splendida villa a Passariano, presso Campoformido, sperando che la neutralità di Venezia venga rispettata.

I francesi dell’Armata d’Italia nel 1796 sono guidati da un giovane generale sconosciuto: Napoleone Buonaparte, di origine corsa, che si firma Bonaparte per apparire più francese. Napoleone, che ha già cancellato i piemontesi, sta ora fronteggiando gli austriaci, ma per inseguirli deve varcare i confini della Serenissima che si estendono fin sul bresciano e il bergamasco. A tal fine, Napoleone rassicura Venezia con questo proclama:

L’armata francese dovendo inseguire il nemico passa sul territorio della Repubblica di Venezia. Ma non dimenticherà che una lunga amicizia unisce le due repubbliche. La religione, il governo, le proprietà, gli usi saranno rispettati. Che i popoli siano senza inquietudine: la più severa disciplina sarà mantenuta… Fedele nel cammino dell’onore come in quello della vittoria, il soldato francese non è terribile che per i nemici della libertà e del suo governo.

Ciò nonostante, arrivano prima gli austriaci a violare la neutralità di Venezia, accampandosi a Peschiera. Allora Napoleone aggira l’ostacolo e passa il fiume Mincio a guado presso Borghetto, con l’obiettivo di calarsi su Mantova. A Valeggio solo per un soffio non viene fatto prigioniero dagli austriaci, così da quel momento decide di creare il famoso corpo delle guardie di Bonaparte (in seguito cacciatori della Guardia imperiale), incaricato di sorvegliare sulla salvezza del generale e poi dell’imperatore.

Napoleone valuta che prima di investire Mantova è opportuno prendere Verona, per fronteggiare i rinforzi degli austriaci provenienti dalla valle dell’Adige, ma la città appartiene al Leone di San Marco, un leone che da tempo non ruggisce più perché non ha la forza per farlo. E allora servono delle scuse: Venezia ha violato la neutralità, ha aiutato gli austriaci e ha permesso loro di transitare. Il provveditore veneziano Foscarelli invita i veronesi ad arrendersi. La popolazione fugge dalla città con tutto quello che può salvare; ben 5000 nobili veronesi si rifugiano in campagna.

Occupata Verona, Napoleone chiede alla repubblica veneziana la fornitura di viveri e denaro per il suo esercito. Concesso! D’altra parte i veneziani sapevano che in città era ospitato, sotto il falso nome di conte di Lilla, il legittimo erede al trono francese, il fratello dell’ultimo re ghigliottinato, Luigi XVI; una presenza talmente imbarazzante che porterà di lì a poco a negargli il diritto di asilo.

Ora Napoleone si concentra su Mantova, ma dispone di soli 40000 uomini, mentre i soldati austriaci sono 50000 e presto se ne aggiungeranno altri 20000. È in una situazione siffatta che l’esercito di Bonaparte occupa anche la pianura veronese. L’estate è particolarmente torrida, Napoleone è tesissimo e forse ha paura di non farcela. Tutti questi soldati che compongono l’esercito napoleonico devono approvvigionarsi in loco di cibo per sé e per i cavalli, di vestiario… e tutto questo è a carico delle già precarie economie civiche. Verona, Peschiera e Legnago sono le piazzeforti, ma per mantenere l’esercito bisogna dislocarsi in tutti gli abitati della pianura veronese, specialmente quelli più vicini al mantovano.

Appare fin da subito il grave problema di reperire alloggi per gli ufficiali, ma anche corti per dislocare la truppa, che non conosce l’uso delle tende. Già dalla metà di giugno, la Villa Vescovile di Bovolone viene requisita e diventa un quartiere generale dell’esercito francese, per qualche giorno si acquartierano anche le truppe dirette a Legnago, considerata di interesse strategico per la conquista di Mantova. Il primo luglio Napoleone, per raggiungere Legnago, transita per Bovolone suscitando un’ostile curiosità tra la popolazione che ha già avuto eco delle angherie compiute dai suoi soldati a Verona.

Grazie a un memoriale del parroco di Villafontana, don Florio Giuseppe Allegri, sappiamo che dall’11 luglio le truppe rivoluzionarie francesi si accampano a Vallese, al Feniletto, a Cadeglioppi, a corte Bragagnani, saccheggiando di tutto: requisiscono il foraggio ai contadini, molestano le persone per accaparrarsi quello che a loro serve. La notte del 24 luglio, alcuni ufficiali francesi chiedono, tramite il parroco, ai Deputati della Comunità, di indicare il migliore alloggio per il loro generale. Dopo aver ispezionato l’abitato, scelgono villa Noris per Napoleone, mentre per loro individuano le migliori abitazioni del paese. Ed infatti, alle 4 di mattina, dopo aver lautamente cenato a corte Bragagnani, Bonaparte arriva a Villafontana per riposare. Qualche ora dopo si desta, visita l’accampamento di Vallese e torna dai Noris per il pranzo, scortato dalle sue guardie personali. Solo il 29 luglio i francesi lasciano i nostri territori alla volta di Castelnuovo, perché stanno arrivando i rinforzi austriaci da Nord.

Dallo studio di questi avvenimenti locali, si arguisce chiaramente come le genti della Bassa Veronese abbiano vissuto la presenza di Napoleone e delle sue truppe come espressione di tirannia violenta e disumana. Di certo non incarnavano gli ideali della Rivoluzione: libertà, uguaglianza, fraternità!

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