Andar a ovi par la Cesa

duomo in costruzioneTestimonianza raccolta dal Centro Studi e Ricerche di Bovolone

Era dei bambini più piccoli il compito di recarsi nelle famiglie della contrada a chiedere in offerta, con cadenza settimanale, delle uova per pagare i debiti che la Parrocchia contraeva continuamente per l’avanzamento dei lavori di costruzione della nuova “Parrocchiale” di Bovolone.

Erano ormai trascorsi 90 anni dalla posa dei primi mattoni e qualcuno ormai dubitava che si sarebbe portata a compimento questa immensa costruzione che è il Duomo.

Il vecchio luogo di culto della cristianità bovolonese, la chiesa di S. Biagio, era inadeguato e non poteva assolutamente contenere tutti i fedeli che volevano partecipare ai riti religiosi. A quel tempo, tutti, ma proprio tutti, gli abitanti del paese erano cattolici osservanti ed ovviamente si osservava il riposo settimanale e il precetto festivo.

Ecco allora che alla metà dell’Ottocento, sotto la guida dell’Arciprete Filippo Accordi, si comincia la costruzione delle nuova chiesa, ma i lavori vengono sospesi subito dopo per mancanza di fondi. A più riprese si eseguono piccoli interventi e nuove lunghe pause, ma quando nel 1927 arriva a Bovolone il nuovo Arciprete Bartolomeo Pezzo, questi decide con fermezza la ripresa dei lavori fino al compimento dell’opera. Non erano certo anni di prosperità economica e i debiti si dovevano saldare ricorrendo alla buona volontà dei fedeli. Il parroco stabilisce le modalità:

  1. dopo la raccolta del frumento in estate e del granoturco in autunno, si andrà nelle cascine dei contadini a chiedere un dono in natura (a questua);
  2. si farà visita settimanalmente a tutte le famiglie che tengono un pollaio (all’epoca tantissime) chiedendo in dono delle UOVA.

E saranno proprio le uova la fonte primaria di finanziamento che per diversi anni fornirà la giusta risposta per la conclusione di un’opera così imponente come la costruzione del Duomo.

Ogni sabato pomeriggio si partiva in bici (la nostra Gilera), che non doveva essere vista dai Carabinieri perché mancante di freni e fanale, con una sporta di paglia appesa al manubrio, la stessa con la quale si andava a fare la spesa e che al mattino era piena di pane comprato da Quinto a San Pierin.

Alla partenza erano d’obbligo le gentili raccomandazioni delle nostre sorelle maggiori: non distrarsi, essere sempre educati e ricordarsi di andare a confessarsi a fine giro. Le uova raccolte si portavano in canonica dalla perpetua che si chiamava Domenica, sorella del prete montanaro nativo di Valdiporro. Ovviamente, le uova non dovevano essere ridotte in frittata, anche se era piuttosto facile che ciò accadesse, in considerazione delle strade con ghiaia, delle buche e delle tante ondulazioni provocate dalla Valpantena (la corriera di linea), che transitava ben quattro volte al giorno per collegare i paesi da Terrazzo, Legnago, S. Pietro di Morubio, Bovolone alla città di Verona.

Noi, fratelli Patuzzo, avevamo l’incarico di raccogliere le offerte in via Bellevere, dai Passarini dei Vegri fino alle porte del Borgo di Bonavicina, poi i Mozambani (Favalli), i Boldrini, i Bazzani, Tano Ciaramonte (Chiaramonte), la Carolina Bimbata … e tanti altri. Terminato il giro, terminata la raccolta settimanale!

I parrocchiani donavano le uova con grande senso di responsabilità, spesso si privavano, pur di non mancare all’appuntamento; qualche volta, però, ci capitava di accogliere anche delle mezze bugie, magari con qualche massaia che diceva di essere rimasta senza, oppure che doveva fare el fogazin (la focaccia) per il giorno di festa. Fortunatamente per loro c’era la confessione settimanale!

Sarà proprio questo energico parroco che il 6 ottobre 1945 vedrà la consacrazione della nuova chiesa e la vedrà sempre gremita nelle cinque Sante Messe domenicali. I parrocchiani assisteranno alla costruzione della scalinata d’accesso centrale nel 1952. Con essa cambiarono anche i giochi di noi ragazzi davanti alla chiesa: non più folli discese con la bicicletta dal motaron (il terrapieno che saliva sino al pronao rialzato della chiesa), non più appassionanti giochi con le marmore (picie). Da più di tre lustri, ormai, le uova avevano permesso di portare i muri in elevazione fino al tetto, così non si poteva più neppure giocare a pallone al suo interno!

Ecco spiegato allora il valore non solo economico, ma anche affettivo per i bovolonesi del detto: “andar a ovi par la cesa”.

LU.PA.

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