Ricordo di Giuseppe “Bepin” Bazzani, aviere e partigiano

bazzaniQuinto figlio di Arturo Bazzani ed Ester Milanese, Giuseppe Bazzani nasce il 7 maggio 1913 a Sanguinetto. Eredita il nome del nonno paterno, morto due anni prima: Giuseppe. Ma nelle nostre campagne il nome Giuseppe esisteva solo nei registri del municipio e della canonica. Per tutti, un Giuseppe era Bepi o Bepìn.

Bepìn trascorre l’infanzia a Sanguinetto presso i nonni materni, i Milanese, che gestivano un mulino ed erano detti i Mulinari. E a Sanguinetto frequenta le scuole elementari, ubicate nel locale castello. Ragazzo intelligente, Bepìn prosegue gli studi fino alle Superiori. Fa le Magistrali a Verona, città che raggiunge in treno, soggiornando poi in casa di conoscenti, la famiglia di una certa Lidia. Questa Lidia, a vedersi Bepìn in casa, finisce per innamorarsene e spera in un fidanzamento. Ma Bepìn ha in vista un’altra ragazza di Montichiari, conosciuta quando si recava là a trovare dei Bazzani suoi parenti. Né Lidia né la ragazza di Montichiari diverranno mai sua moglie.

Il 4 aprile 1934, Bepìn dovrebbe partire per il servizio militare, ma ottiene un rinvio dovendo terminare l’ultimo anno delle Superiori. È un ragazzo atletico, ama molto l’Educazione Fisica ed è imbattibile negli esercizi ginnici. Ha una predisposizione per la vita militare e la stessa carriera militare, allora tenuta in gran considerazione.

Il 9 novembre 1934 giunge al 52° Reggimento Fanteria quale allievo ufficiale di complemento, la cui nomina avviene il 11 febbraio 1935. Inviato in licenza illimitata venne nominato Aspirante ufficiale di complemento dell’Arma di Fanteria presso il 49° reggimento il 23 maggio 1935. Giunse al reggimento il 20 giugno 1935. Il 2 dicembre 1935 fu nominato Sottotenente di complemento  ed inviato in congedo il 10 febbraio 1936.

Tornato a casa, per qualche tempo Bepìn esercita la professione di maestro elementare, ma il 24 novembre 1938 fu richiamato in servizio per conto del Ministero dell’aeronautica. L’anno successivo passò al servizio permanente e destinato all’aeroporto di Falconara il 17 aprile 1939. Il 16 ottobre 1939 fu assegnato alla Divisione Commissariato della 2^ Z.A.T. e preso in forza al 13° Deposito della R.A. di Sanguinetto. Nel marzo del 1940 lo troviamo in forza all’11° Deposito di Orte, dove rimane due anni (tolta la parentesi sul fronte occidentale dall’11 al 25 giugno del ’40) e in data 18 ottobre 1940 viene promosso Tenente. Ad Orte conosce Marcella Longhi (classe 1821), figlia del capostazione, oriundo del posto che aveva sposato Angelina, una profuga friulana dopo la rotta di Caporetto. Marcella è una ragazza slanciata e alta persino più di Bepìn; i due si piacciono subito, si fidanzano e si sposano, lei in bianco, lui in divisa.

Il 2 febbraio 1942 Bepìn è alla Scuola Specialisti A.A. di Capodichino e ritorna a Sanguinetto, presso il 13° Deposito R.A il 15 settembre dello stesso anno, dove viene nominato vicecomandante. La signora Angioletto, domestica della famiglia Bazzani, rievocava spesso in paese un suo viaggio da brividi su una camionetta: Bepìn alla guida, Marcella davanti e lei seduta dietro “con casse de bombe soto i sentàri”. In questi anni dal matrimonio dei signori Bazzani nasce Chiarastella, che però muore subito.

8 settembre 1943. Il re e il governo fuggono a Brindisi. In Italia non comanda più nessuno. La mattina del 9 settembre, chi chiede ordini al Comando Supremo delle Forze Armate scopre che non c’è più. Le Forze Armate son lasciate allo sbando. Tutti a casa. Anche al campo dell’aviazione di Sanguinetto, cancelli aperti e caserma vuota. Bepìn con Marcella viene ad abitare nella casa dei Bazzani a Cherubine e porta con sé anche due avieri siciliani.

Ben presto i tedeschi occupano l’Italia centro-settentrionale. Nasce la Repubblica Sociale di Salò. Tra il ’44 e il ’45 Bepìn partecipa ad operazioni con le formazioni partigiane del Basso Veronese. Nel settembre del ’44 le Brigate Nere di Este o di Padova piombano a Cherubine in cerca di Bepìn e piantonano la casa dei Bazzani. Bepìn in quel momento non è in casa, sta studiando sotto il vigneto del clintòn, perché spera di proseguire la carriera militare e diventare Capitano. Nel vigneto ci sono due noci ( la nosàra grande e la nosàra picola), posto in cui Bepìn ama stare anche per l’eventualità di una fuga. Però bisognerebbe avvertirlo all’istante. Allora la zia Linda si fa … scappare la pipì. Le Brigate Nere non le permettono di uscire. “Eh, ‘sa olìo? Che pissa drento?” Alla fine quelli acconsentono, ma le intimano anche di andare a pisciare in fondo all’aia, dove ci sono i castagnàri mati (gli ippocastani), in modo da poterla osservare bene mentre orina.

Sull’aia c’è Gigìn a strazzar la polenta. Dal Bosco sta tornando il fratello Alfredo, che, probabilmente avvisato da Gigìn e vedendo quella gente, riesce a recarsi di nascosto nel vigneto del clintòn e avvertire Bepìn di scappare. Alfredo provvede anche a far sparire i documenti compromettenti che Bepìn teneva nel comodino, nascondendoseli nel petto.

In fuga per le campagne, Bepìn arriva dai Turrini, che abitano in una casa detta “La Torre” dalle parti della Bragadina. Ma i Turrini hanno paura ad ospitarlo; proprio lì le Brigate Nere avevano appena incendiato la casa dei Pasquato. Tagliando giù per le Cavàle, i Caciatori, Bepìn raggiunge una boarìa dove ci sono i partigiani e vi trascorre la notte. La notte successiva, Alfredo lo porta a Correzzo da zio Aldino, fratello della madre. Dallo zio rimane tre giorni, ma non è un posto sicuro, troppo vicino e subito notato dalla gente. Meglio per lui rifugiarsi a Castel d’Ario dalla zia Ines, sorella della madre. Castel d’Ario è più lontana e fuori regione.

Le Brigate Nere, comunque, non se ne sono andate a mani vuote. Hanno portato via come ostaggi e condotti in prigione ad Este la moglie di Bepìn, la povera Marcella, e uno di Cherubine, certo Renzo Magnani. Ogni domenica la zia Ida e Ottorino Magnani, fratello di Renzo, andavano in bicicletta fino ad Este per portare loro dei viveri. Non sappiamo quanto Marcella sia rimasta a Este, sappiamo che nell’aprile del ’45 era comunque a casa.

La guerra sta volgendo al termine. Alleati e Formazioni Partigiane hanno ormai il Nord in mano e i tedeschi sono in fuga ovunque. Marcella desidera che Bepìn torni a casa. Il 23 aprile lei e Alfredo si recano a Castel d’Ario per riportarlo. La sera stessa, Marcella, Bepìn e un certo Raffaello Marasciàl, che teneva i contatti tra i partigiani, si incamminano per Aselogna, dove hanno sentito che sono arrivati gli Americani. Per precauzione tagliano per i campi e siccome c’è da saltare un fosso, Marcella torna indietro.

Purtroppo presso Aselogna i due s’imbattono in un camion di tedeschi in fuga, che da Legnago va a Roncanova per unirsi ad una colonna volta al Brennero. In quei frangenti, i tedeschi in fuga catturavano i civili per usarli come ostaggi qualora avessero incontrato Americani o Partigiani (come nel tragico episodio dell’Anderlini a Cerea). Pertanto costringono Bepìn e Raffaello Marasciàl a salire sul camion, dove ci sono già altri ostaggi. Ma a Mezzatappa l’atletico Bepìn riesce a saltar giù dal camion e taglia per le campagne della Pozza di Cerea. Arrivato in prossimità della corte dei Bazzucco, dei tedeschi appostati nelle vicinanze gli sparano. Sono le undici di notte, ma c’è un chiaro di luna micidiale. I Bazzucco riescono a nascondere il corpo sotto le gramigne.

A Cherubine pensano che Bepìn sia rintanato dalle parti di San Pietro. La mattina del 25 aprile Cleonice con Giorgio ancora fanciullo prova a cercarlo là, ma nel pomeriggio dello stesso giorno don Boscaini, parroco di Cherubine, e Carlo Quaia (Quaglia) recano ai famigliari la tragica notizia.

Venticinque Aprile 1945.

La guerra è finita.

(da fogli dattiloscritti di autore sconosciuto consegnati al Centro Studi da Antonio Milanese – Sanguinetto)

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