Ricordo di Adriana Caliari, custode delle tradizioni contadine

di Bruno Rossato

Negli anni Settanta Asparetto, da paese agricolo che era sempre stato, ora aveva la sua zona artigianale, le campagne si stavano spopolando, molte cascine erano ormai abbandonate.

Alcuni ragazzi amanti delle cose vecchie e antiche (Tomelleri Luigi, Carmagnani Eugenio e Masaia Giancarlo, tutti falegnami) incominciarono a raccogliere materiale nelle case e nei cascinali per allestire un piccolo museo.

In occasione dell’annuale sagra, aprirono il loro piccolo museo di arte contadina con una mostra di pittura, giochi e lavori ormai dimenticati. L’evento fu un successo, tanto che il museo venne nominato “La casa contadina”. Per il materiale che esponeva, ricordava i tempi ormai passati della vita in campagna e mostrava oggetti di casa non più in uso per l’avvento della modernità e delle nuove tecnologie.

Un’insegnante della scuola elementare di Asparetto, la signora Adriana Caliari, era stata anche lei una visitatrice del museo e si era letteralmente innamorata di una così preziosa raccolta, pertanto propose ai suoi scolari di far visita al museo, spiegando loro le varie attività che si facevano con quegli attrezzi ora dismessi.

Durante quella visita i curatori della Mostra si lamentarono del lavoro necessario per l’allestimento, del bisogno di aiuto, anche economico, che comportava e della poca considerazione ricevuta da parte delle autorità.

Adriana, che se ne intendeva ed era amante di quel patrimonio, fece loro la proposta di acquistare il materiale raccolto, assicurando che lei aveva dei capannoni in disuso dove poteva benissimo collocarlo assieme ad altri oggetti già collezionati ed allestire una Mostra permanente, continuando il nome assegnato dai primi responsabili: così nacque a Concamarise “La casa contadina”.

Con Adriana avevo un buon rapporto, essendo genitore nel consiglio scolastico, e non mancava l’occasione di aggiungere altri reperti raccolti in varie occasioni, portando il pane nelle diverse fattorie, oggetti che molti gettavano via non essendo più utili, ma per il museo erano adattissimi.

Adriana ottenne il trasferimento a Concamarise e in quegli anni rimase incinta della sua unica figlia, poi si congedò dal suo lavoro di insegnante, dedicandosi alla famiglia e al suo museo che nel tempo si ingrandiva sempre di più.

Dopo la morte dei miei genitori, andai ad abitare a Concamarise. In quel periodo non ci fu un gran contatto da ambo le parti: eravamo impegnati in lavori di volontariato, non avevamo particolari occasioni d’incontro, anche se eravamo vicini, oltre al saluto quando ci si incontrava.

Durante il periodo trascorso a Concamarise non ebbi occasione di visitare il frutto del suo lavoro di raccolta, ero attratto da altre attività e al recupero degli oggetti della tradizione contadina non prestavo interesse.

Per motivi famigliari venni ad abitare a Bovolone. Nel mio tempo libero, come hobby, mi dedicavo alla pittura e su fogli occasionali scrivevo le mie impressioni su fatti accaduti nel tempo o riflessioni che mi avevano destato motivo di interesse.

Un mio cugino si sposava e per regalo desiderava un mio quadro, uno specifico che gli ricordava l’infanzia. Era ancora da incorniciare, pertanto lo portai dal corniciaio e, mentre cercavamo la cornice consona alla pittura, un signore entrò in negozio e si soffermò davanti al mio quadro che avevo adagiato sul banco. Noi, intanto, continuavamo la nostra ricerca, ma il silenzio venne interrotto da una esclamazione: “A questo quadro non darei di più del valore di un bottone di camicia!”

Mi voltai senza presentarmi, mantenendo l’anonimato. Chiesi: “Cosa è che non va?”. “Tutto! – disse lui – Vedi manca la profondità, la luce, è poco espressivo!” Gli chiesi se si poteva fare qualcosa per aggiustarlo e lui rispose che bastavano solo alcuni accorgimenti: “Qui con un po’ di nero, qui un po’ di bianco…”. Io presi il colore che era lì vicino e con il pollice lo stesi sulla tela. Nel vedere quel gesto letteralmente mi aggredì: “Non puoi farlo, non è tuo!” Lo guardai negli occhi e rivelai che il quadro era proprio mio. Subito rimase senza parole, poi si riprese e se ne uscì dicendo che rimaneva sempre dello stesso parere. Con il corniciaio ci guardammo senza parlare e terminammo la nostra scelta.

Ritornato a casa, quell’episodio mi turbò talmente tanto che dissi a me stesso che non avrei mai più regalato un mio quadro. Mi rinchiusi nel mio anonimato di pittore e se qualcuno accennava alla mia passione dicevo: “Guarda che ti sbagli, non sono io ma un mio cugino”.

Una mattina mi telefonò un amico, il quale era al corrente della mia passione per la pittura e dei miei scritti. Anche lui scriveva le sue memorie, anzi “scarabocchiava”, come affermava lui. Mi informò che aveva trovato una buona tipografia per la rilegatura dei suoi fogli a Bovolone e me la indicò, raccomandandomi che anche per me sarebbe stato un lavoro da fare prima o poi. Gli assicurai che lo avrei fatto, anzi, ne approfittai per mostrargli il mio lavoro.

Vinte le perplessità, dopo alcuni giorni andai nella tipografia indicatami (quella di Silvio Marconcini) e mentre entravo incontrai la maestra dei miei figli, la signora Adriana. Non vi dico quante cose ci siamo detti e raccontati, quando ad un tratto, nel vedere che in mano tenevo un bel malloppo di carte, volle sapere ed io timidamente, pensando a quanto mi era accaduto nel passato con il quadro da regalare, avevo paura che anche lei mi avrebbe detto che i miei scritti non avevano alcun valore. Lei, invece, lesse qualcosa e mi incoraggiò a continuare, anzi mi consigliò di pubblicare un libro, perché conteneva fatti, usi e costumi dei tempi passati. “È una piccola casa contadina trasposta su un libro” – mi disse.

Allora presi coraggio, le raccontai quanto mi era successo in passato e che non volevo mettermi in ridicolo per la seconda volta. Adriana, per incoraggiarmi, mi invitò a partecipare al concorso di poesia indetto dalla “Casa contadina”, cosa che feci anche per il rispetto e per l’incoraggiamento ricevuto.

Nel tempo libero mi dedicavo come sacrestano nella cappella dell’ospedale di Bovolone. Il capo reparto di medicina mi disse di sgomberare un piccolo ripostiglio dove si trovavano alcuni vecchi oggetti per le celebrazioni liturgiche. Il cappellano mi disse di bruciare tutto e di non mettere nei contenitori dell’immondizia perché, anche se erano oggetti di poco valore, avrebbero potuto cadere in mano a persone “non opportune”, dato che erano state benedette.

Pensai subito ad Adriana e la informai della cosa. Mi rispose che aveva un angoletto della “Casa contadina” dedicato alle vecchie cose dismesse dalle chiese, così riposi tutto in uno scatolone e glielo consegnai direttamente a casa sua. In quell’occasione mi domandò se avevo fatto qualcosa di quei fogli e mi incoraggiò per l’ennesima volta.

Conoscevo il professor Ulisse Scavazzini, gli raccontai la mia volontà di far stampare quei fogli facendone un libro. Li lesse e mi disse che il contenuto era interessante, così gli proposi di rivedere i miei scritti per renderli più fluenti ad un pubblico di lettori.

Il libro venne presentato con il titolo “Un fiore selvatico”assieme ad un libricino con una raccolta di poesie dal titolo “Pensieri e Ricordi”.

Fu in occasione della premiazione delle poesie del Concorso che venni invitato a visitare la “Casa Contadina”.

Mi fece notare che, da quelle poche cose che aveva raccolto ad Asparetto, ora c’erano due capannoni pieni. Disse: “È dal poco che si incomincia!”

Oggi se a Concamarise c’è un museo di oggetti antichi che rimandano a vecchi ricordi di una civiltà ormai dimenticata, lo dobbiamo a lei.

Ora ci ha lasciati. Di lei è stato scritto “in silenzio ha raccolto e in silenzio se n’è andata”.

Mi auguro che le nuove generazioni sappiano conservare quello che hanno ereditato e mantenere in ricordo quel patrimonio di valori del passato dei nostri antenati, e sappiano onorare la memoria di chi si è dedicata a creare dal nulla questo museo.

Adriana ha raccolto e ci ha affidato il frutto del suo lavoro, a tutti noi il compito di non disperdere.

3 pensieri su “Ricordo di Adriana Caliari, custode delle tradizioni contadine

  1. Ho contribuito anche io con donazioni, all’accrescimento del museo. Ho anche filamto Adriana e pubblicato il video su youtube, cnale bissoli sergio. Ciao Adriana

  2. maggio 23, 2017 alle 9:06 am

    Io sono davvero commossa e felice di questa iniziativa volta a salvare l’ eredità culturale di un passato che ci appartiene e ci lega alle nostre profonde radici contadine, così ricche di sapienza pratica e naturale saggezza. Grazie. Elisa Zoppei , bovolonese

    • Gentile professoressa, siamo felicissimi di aver ricevuto il suo autorevole commento. Se vorrà, siamo a disposizione per organizzare eventuali eventi o semplicemente per accogliere qualche memoriale per pubblicarlo sul sito e sul giornale locale di Bovolone “La Rana”. Grazie ancora, carissima bovolonese!

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