Il mio primo lavoro: sarto da uomo

Storia de un bòcia che va a botega a imparar el mestier

di Pietro Paolo Abram

abram4

Antica bottega sartoriale

Era l’anno 1955, avevo 11 anni ed avevo appena finito le scuole elementari. Mia cognata Bertilla, moglie di uno dei miei fratelli, Raffaele, mi trovò un lavoro a Isola della Scala nella sartoria del sig. Otello Maffazioli (una buona e brava persona) per imparare il mestiere del sarto da uomo.

In questo paese esistevano tre sartorie con circa sette/dieci lavoranti ciascuna; le altre erano quella del sig. Brun e quella del sig. Meneghelli, che si contendevano col mio datore di lavoro (una rivalità bonaria) la miglior clientela della borghesia isolana.

Il primo giorno di lavoro mi è stato dato in mano una spazzaora per tener pulito il pavimento dove c’erano cumuli di stracci.

Gli attrezzi fondamentali del mestiere per un sarto da uomo sono il metro a corda sempre al collo, il gesso per segnare le forme e le misure dell’abito sul tessuto, una grossa forbice per tagliare le sagome, l’ago e il filo per trapassare le trame del tessuto, un ditale per premere sull’ago in modo che passi fra le trame, un ferro da stiro e una macchina da cucire. Riguardo quest’ultima in quegli anni i marchi più rinomati erano Singer, Pfaff e Necchi che funzionavano a pedale, poi cominciarono ad uscire quelle con il motore elettrico, ma il signor Otello non le prese mai in considerazione, perché, a suo parere, solo così il sarto artigiano poteva mettere in gioco l’arte del mestiere. Faccio presente che si potrebbe cucire un intero abito anche usando solo ago e filo.

Col passare dei giorni i lavoranti, dei ragazzi dai 18 ai 25 anni circa, mi insegnarono come tenere in mano l’ago con il filo (quando si infila il filo nella cruna dell’ago si deve fare un nodo all’estremità, ma lo si deve annodare con una mano sola), dove va messo il ditale (sul dito medio della mano destra, se non sei mancino, e lo devi spingere non dalla testa del ditale come fanno le sarte donne che usano tessuti più leggeri, ma di fianco, verso il pollice, per dare più spinta all’ago che deve passare tessuti più pesanti).

Poi, pian piano, cominciai ad imbastire, tecnica che consiste nel mettere due tessuti uno sopra l’altro posizionando il diritto del tessuto all’interno, mentre quello sopra aveva le sagome fatte col gesso e si doveva seguirle con ago e filo, tenendo il filo allentato (come per fare un anello) per tenere uniti i due tessuti tra di loro per poi aprirli di circa due centimetri; quindi con la forbice si tagliavano questi fili, così rimaneva sul dritto della stoffa il segno delle sagome dell’abito in lavorazione, perché il gesso proprio lì l’aveva segnato.

Andando avanti nel tempo, ho imparato a fare i sorafili (zigzag di cucitura), importanti perché il tessuto tagliato non si sfilacciasse; bisognava essere precisi: da mezzo centimetro, tutti uguali.

Il sottopunto, invece, veniva utilizzato per i risvolti dei pantaloni e delle maniche delle giacche; il punto invisibile per unire le due parti della giacca sui revér. Il soramanìn si faceva sulla parte anteriore della giacca ed era un punto che si notava, come se fosse una cucitura fatta a macchina, proprio per questo era riservata alle mani più esperte.

Via via imparavo i trucchi del mestiere, ad esempio come fare i filetti delle tasche: un taglio di 15 centimetri nella posizione della tasca, quindi si cucivano due pezzetti di stoffa 5×20 cm, si rivoltavano e usciva un nervetto di circa mezzo centimetro; la tasca era fatta!

Altri importanti lavori per confezionare un abito servivano ma non si vedevano, come il canevo (canapa), il crine di cavallo tessuto con il filo, l’ovatta per imbottire le spalle, la sisal (una fodera molto resistente per le tasche) e la fodera di taffetà per coprire tutto l’interno.

Il sarto artigiano da uomo, oltre a prendere le misure al cliente, doveva conoscere anche alcuni aspetti più intimi, ad esempio come portava il … “rubinetto”. La domanda era questa: “Dove lo porta? Destra, sinistra o al centro?”. Se il cliente lo portava a sinistra si doveva tagliare un pezzetto di circa un centimetro partendo dal cavallo della gamba destra dei pantaloni finendo a zero fino a scendere per circa 15 centimetri; ovviamente l’inverso per quelli che lo portavano a destra, mentre non si praticava alcun taglio di tessuto per chi lo portava al centro.

Infine ho imparato anche altri lavori, come ingasar (cucire a macchina), fare le pence per stringere alcune parti del vestito, i passanti per la cintura dei pantaloni, attaccare i bottoni (una vera e propria arte, se fatta bene!), stirare (con il ferro da stiro con le braci e con quello elettrico). La stiratura rappresentava il tocco finale, prima di consegnare l’abito confezionato su misura al cliente.

Il bravo sarto è quello che sa vestire anche il cliente che non ha un fisico perfetto, in modo che possa comunque presentarsi bene in società.

Un discorso a parte bisogna fare sull’utilizzo dei fili di cucitura. Il filo bianco di cotone non è molto resistente, serviva solo per i sorafili e per imbastire l’abito (come si vede in qualche film quando strappano facilmente la manica della giacca). Il filo di reve è invece molto forte e serviva per la cucitura dell’abito. La marca utilizzata in sartoria era quella più in voga in quegli anni: Tre Stelle Cucirini. Il filo di seta è molto più grosso, all’epoca costosissimo, e lo si adoperava solo per fare le busette (asole) con il punto a castello.

I lavoranti più grandi che erano con me, quando stiravano le parti più impegnative, avevano bisogno

che uno di noi tenesse con le mani un panno bagnato in acqua e strizzato sopra la parte da stirare e, quasi sempre, era un compito affidato a me, essendo il più giovane. Molto spesso mi facevano degli scherzi, scottandomi con la punta del ferro da stiro, così tutti ridevano. Come accennato sopra, la stiratura era molto importante, non doveva crearsi sul tessuto la vecia (il lucido). Col passare degli anni vennero in commercio ferri da stiro a vapore, come oggi si trovano nelle lavanderie o anche nelle nostre case, anche se meno professionali.

Nei primi anni del mio apprendistato la mia paghetta era di 500 lire e poi di 1000 lire alla settimana.

Imparai in fretta grazie ai miei compagni di lavoro, uomini e donne, ma soprattutto dal Sig. Otello

che intravide in me perspicacia, passione, tanto che anticipò i tempi di un paio d’anni per insegnarmi i primi rudimenti per il taglio del tessuto con il minor spreco possibile, partendo dalle misure che si dovevano fare sul soggetto. Un buon sarto, mi diceva, zento olte el misura e una taja! (cento volte misura e una taglia).

Per il molto lavoro, quindici giorni prima delle festività di Pasqua e Natale si doveva andare a lavorare anche dopo cena (non troppo volentieri, per quanto mi riguarda) per poter consegnare il manufatto nel tempo stabilito con il cliente. A consegnarlo ci volevo andare quasi sempre io, soprattutto dove sapevo che mi davano la mancia. Partivo con la bicicletta del mio titolare con l’abito avvolto in un telo e puntato con degli spillini. Ho ancora oggi vivido il ricordo di una famiglia benestante che abitava in via Rimembranza in una villetta vicina al “palazon dei Dottori”. Arrivato, suonavo il campanello, la governante apriva il cancello e mi faceva entrare in casa passando da un corridoio dove sulla sinistra vi era un armadio a sei ante, le porte erano rivestite con un tessuto bellissimo di creton a fiori campestri, mi faceva accomodare in salotto e sedere sul divano finché non arrivava la Signora, la quale molto gentilmente mi offriva dei biscotti e delle caramelle. Ma la sorpresa che io aspettavo era la mancetta, che era molto alta (500 lire come la mia paghetta settimanale). La prima volta che consegnai il vestito in quella casa lo ritirò direttamente la governante, poi mi sono fatto furbo e con una scusa chiedevo sempre della padrona di casa.

All’età di 16 anni avevo acquisito tutte le abilità ed ebbi il coraggio di mettermi in proprio nella mia abitazione, utilizzando l’attrezzatura di mia sorella Teresa. Ricordo ancora il primo vestito che confezionai e il primo cappotto: a quel tempo ero il sarto più giovane d’Italia!

abram1

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...