C’è ancora uno spazio per il mobile della Bassa?

 

Se i vecchi artigiani non hanno la possibilità di trasmettere il loro patrimonio di conoscenze, allora si realizza uno spreco di cultura enorme.

di Ulisse Scavazzini

cederna Vi ricordate quando nel 1983 è uscito il libro “Casa Nostra” di Camilla Cederna? Bovolone e paesi limitrofi ebbero un vero e proprio scossone, tutti eravamo indignati per come l’autorevole scrittrice in una decina di pagine aveva dipinto i nostri costruttori di mobili “moderni ma antichi”, per usare l’antitesi con la quale l’autrice aveva titolato il paragrafo che ci riguarda.

Da allora son passati più di trent’anni, ma percorrendo oggi le nostre strade sembra ne siamo trascorsi molti di più. Quello che è rimasto sul piano edilizio è solo archeologia artigianale, con le mostre del mobile riconvertite o in squallido abbandono; quello che è rimasto a livello di competenze artigiane nella lavorazione del legno andrà irrimediabilmente perduto nell’arco dei prossimi anni con il definitivo pensionamento degli ultimi ebanisti che hanno imparato l’arte lavorando direttamente nelle botteghe, proprio quelli che la Cederna definiva “castori che lavorano senza tregua in mezzo ai trucioli”.

Ce la siamo presa perché la scrittrice ha messo in evidenza alcune sacrosante verità: l’economia sommersa delle famiglie artigiane del mobile e il fatto che si riproducevano mobili antichi. Su quest’ultimo punto dobbiamo convenire che erano proprio queste le preferenze del mercato. Ma quando il vento è cambiato non abbiamo saputo cogliere la modernità che avanzava. Per esempio, avremmo potuto continuare a lavorare il legno, proponendoci ad un marketing medio-alto, offrendo mobili progettati da affermati designer o illustri architetti, ma questo avrebbe richiesto investimenti di una certa rilevanza, che superavano le disponibilità del singolo imprenditore. Allora bisognava fare rete sia per la progettazione che per la produzione e la commercializzazione, così da proporsi a mercati più vasti, e bisognava soprattutto pazientare, insistere e crederci. Oggi potremmo avere un prodotto di elite, dalle linee moderne, al passo coi gusti dei consumatori (le poche aziende rimaste sul mercato hanno accolto questa esigenza di sinergie). Invece gli artigiani, compresi i Consorzi del Mobile, si sono crogiolati sul proprio campionario e sulle ricchezze già accumulate, sposando la filosofia di “Finché la barca va …”.

Poi capita che ancora oggi t’inorgoglisci quando vieni a sapere che maestri artigiani della Bassa Veronese sono stati chiamati per prestigiose operazioni di restauro o di ricostruzione lignea in Italia e all’estero (cantoria della Scuola di S. Rocco e Teatro “La Fenice” a Venezia, ….).

Non sono un esperto del settore, chiedo scusa ai lettori, la mia vuole essere una provocazione: siamo ancora in tempo per salvare la professionalità artigiana legata al mobile, oppure impostarla oggi è una battaglia persa in partenza?

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...